L’Associazione Ambiente e Sicurezza Città di Teramo denuncia con fermezza le gravi forzature e
irregolarità che stanno caratterizzando l’iter autorizzativo del biodigestore dei rifiuti urbani di Contrada
Carapollo. Mentre il Sindaco continua a proclamare il presunto via libera da parte delle autorità competenti
al rilascio delle autorizzazioni, la realtà dei fatti è completamente diversa: nessun semaforo verde è stato
acceso, anzi, il progetto è ancora oggi gravemente critico sotto molteplici aspetti.
Oltre ai numerosi e rilevanti nodi già evidenziati in precedenza da questa Associazione, a rendere il quadro
ancora più grave c’è la notizia ufficiale che il sito di Contrada Carapollo è contaminato e necessita di una
bonifica preventiva, come l’Associazione aveva denunciato da tempo. È incredibile di come nessuno fino a
oggi abbia parlato di questa circostanza, che cambia completamente lo scenario della situazione. Si è sempre
detto che l’area era idonea, ma ora dalla documentazione agli atti emergono dati che dimostrano che il
sottosuolo e la falda sono inquinati, e che prima di qualsiasi intervento si dovrà procedere a una Messa in
Sicurezza di Emergenza (MISE), con un progetto ambientale obbligatorio che dovrà essere proposto dal
Comune e approvato dagli enti competenti. Questo significa tempi più lunghi, costi aggiuntivi e rischi
ambientali ancora più alti. Come si può pensare di realizzare un impianto industriale su un terreno inquinato
senza prima aver risolto e definito chiaramente il problema? Chi si assumerà la responsabilità delle eventuali
conseguenze se questa bonifica non verrà fatta in modo corretto? Chi pagherà i costi, TE.AM., il Comune o,
come sempre, i cittadini?
Alla luce di tutto ciò, la decisione da parte del Servizio Valutazioni Ambientali della Regione Abruzzo di
escludere il progetto dalla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), provvedimento già
oggetto di ricorso da parte dell’Associazione presso il TAR Lazio, appare ancora più scandalosa. Da quanto
emerge dalla recente certificazione della contaminazione del sito, cosa che peraltro era già nota dal maggio
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2024, quando TE.AM. ha presentato il progetto in Regione, ma che poi è stata abilmente sottaciuta, questa
decisione appare ancora più ingiustificabile e pericolosa. Come è possibile che un impianto così impattante,
situato sopra terreni inquinati e una falda contaminata, a meno di 30 metri dal fiume, posto proprio sotto un
calanco che il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) classifica come ad alto rischio di frana, in un’area
percorsa ogni anno da vari incendi, non sia stato sottoposto a una rigorosa Valutazione di Impatto
Ambientale tramite una procedura completa? Con quale criterio si è deciso di escludere il progetto da tale
procedimento, che avrebbe oltretutto garantito la partecipazione attiva dell’opinione pubblica nel delicato
processo decisionale?
La Regione ha commesso un errore gravissimo nel consentire questa esclusione, e il Comune e TE.AM.
hanno fatto di tutto per far credere che la complessa procedura del Titolo V del D. Lgs 152/06, che riguarda
la bonifica del sito, non interferisse con il procedimento di Valutazione Ambientale, quando invece è
evidente che le due cose si influenzano a vicenda, come ampiamente denunciato dall’Associazione. Tutto
questo dimostra che l’intero iter è stato costruito su forzature e omissioni, rilevate nel ricorso pendente
dinanzi al Tribunale Amministrativo.
Oltre a questo aspetto non secondario, esistono altri profili di illegittimità, già dettagliatamente denunciati
dall’Associazione.
Da un punto di vista paesaggistico, il problema principale riguarda la collocazione dell’impianto, che ricade
interamente all’interno della fascia di rispetto fluviale, un vincolo che altrove sarebbe stato insuperabile, e
che a Teramo viene invece forzato con arroganza e superficialità. In tutta Italia la normativa dispone che la
distanza minima di rispetto dai corsi d’acqua è di 150 metri, ma qui l’impianto è distante dall’argine del
Fiume Tordino solo 28 metri, mettendo a rischio l’ecosistema, la falda acquifera e la sicurezza idraulica
dell’area.
Non bastasse questo, la vicenda della delibera della Giunta Municipale n. 350 del 10/09/2024, prontamente
impugnata dall’Associazione presso il TAR Abruzzo, con la quale il Comune restringeva in maniera
artificiosa il perimetro del centro abitato di Villa Pavone, è l’ennesima dimostrazione di come il Comune e la
TE.AM. abbiano messo in atto ogni possibile escamotage per rendere il progetto realizzabile contro ogni
regola: infatti i criteri localizzativi e di sicurezza imposti dalla normativa specificano che impianti di questo
tipo non possano essere costruiti a meno di 500 metri dai centri abitati, e siccome il sito di Carapollo non
rispettava questo vincolo, il Comune ha pensato bene di modificare il perimetro del centro abitato,
restringendolo a tavolino ed escludendo una fascia importante di abitazioni, ponendo a base di tale atto
pubblico premesse palesemente contraddittorie che celano un evidente paradosso: la restrizione è stata
operata a fronte di un dichiarato “incremento della popolazione residente e conseguente espansione delle
aree urbanizzate”.
Questa manovra, già di per sé discutibile, non è stata sufficiente. Anche con il nuovo perimetro, ottenuto in
maniera irregolare, e proposta come illegittima dinanzi al TAR da questa Associazione, l’impianto
continuava a essere troppo vicino alle abitazioni. Ecco allora la seconda trovata: escludere dal perimetro del
progetto l’area dei parcheggi, pur essendo questa un’infrastruttura indispensabile e funzionale all’impianto
stesso. In altre parole, si è creato artificiosamente un “vuoto” urbanistico, separando formalmente il
parcheggio dall’area di impianto, così da guadagnare i metri necessari per rientrare nei parametri imposti
come criterio “escludente” dal Piano Regionale dei Rifiuti. Un’operazione che solleva ulteriori perplessità
sulla legittimità dell’intero iter autorizzativo.

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