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Il Corrosivo: le acque teramane, non chiare, né fresche né dolci

di Elso Simone Serpentini
6 minuti

La sera di domenica 26 gennaio 1896 si riunì il Consiglio Comunale di Teramo in seduta segreta per affrontare la questione dei lavori di costruzione dell’acquedotto che doveva finalmente portare l’acqua in città. Si doveva discutere dell’approvazione di alcune modifiche alle clausole del contratto di affidamento dei lavori ad una nuova impresa appaltante dopo che la vecchia aveva fatto conoscere la sua definitiva rinuncia. Per la verità il suo titolare, il sig, Girardi, era entrato a far parte come socio della nuova, insieme con l’ing. La Palma e il rag. Modulo.
Dopo una discussione assai ampia, tutte le proposte richieste dalla nuova impresa appaltante stavano per essere approvate, in vista della firma del contratto fissata al 2 febbraio, quando improvvisamente uno dei consiglieri, l’on. Giuseppe Cerulli, prese la parola e diede una notizia che gelò tutti. Suo fratello Berardo, annunciò, aveva presentato al Ministero e al Consiglio di Stato un’opposizione contro il decreto prefettizio di concessione delle acque potabili e per forza motrice, per non veder occupati alcuni suoi terreni.dddsdd

Lo disse con tono da far capire di essere informato che il ricorso aveva moltissime probabilità di essere accolto. La reazione generale fu di sdegno: il Ministero nell’interesse di un privato avrebbe fatto man bassa sulle ragioni del Comune. Questo scrisse il “Corriere Abruzzese” nel suo numero del 29 gennaio, aggiungendo che la notizia data da Cerulli aveva ridato fiato a quanti, tra i consiglieri, pur essendosi pronunciati pubblicamente a favore della concessione dell’appalto, avevano ora ripreso a dare forza alle voci discordi, sostenendo che nel subalveo del Vezzola non c’era acqua sufficiente per alimentare il paese di acqua potabile e per l’illuminazione elettrica. Era legittimo sospettare, diceva il giornale, che essi si fossero posti a tutela degli interessi di un privato piuttosto che a quelli legittimi della città.

Era doloroso e sorprendente constatare che, mentre piccoli proprietari non si erano opposti alla cessione e all’occupazione dei loro terreni, necessari per costruzione dell’acquedotto, rinunciando perfino ad essere risarciti, proprio il più grande proprietario, Berardo Cerulli, esponente della famiglia più in vista in città e impegnata nella politica e nell’amministrazione della cosa pubblica, con la sua opposizione si predisponeva a costituire un intralcio forse fatale all’aspirazione di Teramo e dei teramani a veder finalmente realizzato l’acquedotto. Il “Corriere Abruzzese” sprona l’amministrazione comunale a fare il proprio dovere e ad ostacolare i disegni di Cerulli, a proseguire i propri sforzi per arrivare alla realizzazione dell’opera, la cui necessità era sempre più sentita. Ci volle del buono e del bello, ma finalmente la mattina di giovedì 10 marzo il sindaco Paris riunì in Municipio la maggioranza consiliare per fare il punto sull’annosa questione della conduttura per l’acqua. Nei giorni successivi intervenne un accordo tra municipio e oppositori dell’acquedotto sulla base del risarcimento dei danni se fossero intervenuti e Berardo Cerulli il 5 maggio sottoscrisse un atto di desistenza. Fu mandato un incartamento al Ministero, preceduto da un telegramma che segnalava l’urgenza. Ma nulle accadde, così ai primi di giugno furono inviati altri telegrammi di sollecito, mentre l’impresa appaltatrice incalzava il Municipio minacciando richieste di risarcimento per il ritardato inizio dei lavori.
Nell’atto di desistenza, Cerulli si era fatto riconoscere dal Municipio il diritto ad essere risarcito nel caso che si fosse verificata una diminuzione di acqua sulla corrente superficiale del Vezzola per effetto della derivazione subalveare. Su sollecitazione del Ministero, vennero previste  altre clausole, che venivano però rimesse all’approvazione di Cerulli. Il “Corriere Abruzzese” il 30 giugno biasimava che fosse proprio il Ministero a mettere i bastoni tra le ruote ad un’opera ritenuta indifferibile per gli interessi di Teramo. Si chiedeva se la pazienza degli italiani fosse pari a quella dei teramani e diceva di sperare di no. Concludeva scrivendo che avrebbero dovuto essere presi a pedate quei ministri che non sapevano fare il bene e non voleva che altri lo facessero.

So di essere un po’ crudele non svelando (almeno per ora) che cosa accadde in seguito, ma sospetto anche che ai teramani di oggi, troppo presi dalle urgenze del presente, possa non interessare granché quel che accadde. Soprattutto perché i teramani di oggi non hanno ancora preso coscienza che accade a loro esattamente quel che accadde ai loro nonni e bisnonni, che, esattamente come loro, combattevano contro i mulini a vento. Tuttavia, pur non svelando quel che accadde, trovo materia sufficiente per dire che in ogni tempo nella nostra città – e forse anche in altre – la politica ha perseguito interessi privati e non quelli pubblici. Ancora oggi in tema di acqua e di acquedotti la politica la fa da padrona asservendo tutto e tutti ai propri interessi, non certamente pubblici. L’acqua per i teramani è sempre stato un problema e continuerà ad esserlo. Potremmo bere l’acqua più chiara bella e fresca e beviamo chissà che cosa nei nostri rubinetti. L’acquedotto nato dalle acque del Vezzola a cavallo dell’ottocento e del novecento non c’è più, quello che abbiamo fu iniziato nel 1931 e completato nel 1934. Sostanzialmente è ancora quello, anzi, meno funzionante di quello, con perdite per cattivo stato della rete di condutture di livello incredibile, con problemi di gestione irrisolti e con costi salatissimi (non solo quelli delle bollette) per la popolazione teramana.

A conferma giunge notizia dell’ennesima rottura di un’adduttrice che porta acqua ad Isola del Gran Sasso, con le usuali e rituali operazioni di giustificazione e di scaricabrile.

Foto rottura addutrice sito IL Ruzzo
Foto titolo "Corriere Abruzzese" del 29 gennaio 1896.

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Commenti

Caro Professore,
e pensare che avevamo un'acqua eccezionale,una delle migliori in Italia.
Dopi i lavori del traforo,a suo tempo contestatissimi ,e che morti purtroppo hanno causato,abbiamo e stiamo perdendo una gran parte di questo bene naturale.
.Peccato!

Trovo sempre molto interessante ciò che scrive il prof Serpentini che, però, in questo caso, commette un'inesattezza relativa all'età dell'adduttrice rotta: quella del traforo risale agli anni ottanta. Quanto al 'chissà cosa beviamo', diffondere sospetti su un'acqua supercontrollata rasenta il procurato allarme.
Saluti

Rispondo a Michele.......
Se :"chissà' cosa beviamo" potrebbe costituire forse un procurato allarme,allora io Le rispondo che attualmente non so quante decine di migliaia di persone stanno utilizzando e spero non bevendo l'acqua del potabilizzata re di Montorio al Vomano,acqua proveniente dal lago di Piaganini sul qua,e probabilmente arriva di tutto. E lei Michele parla forse di procurato allarme.Che l'acqua sia monitorata ripetutamente giornalmente,non ho dubbi,ma che sia imbevile per presenza di cloro,questo Lei non potrà disconoscerlo.Per cui il Professor Serpentini non procurerebbe nessun falso allarme,anzi,ringraziamolo.