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L'occhio occulto delle Lobby

di Pietro Ferrari
6 minuti

Ultimamente, nella nostra città, si è parlato di massoneria e poteri occulti. Sabato 29 gennaio, presso il Municipio di Bellante Paese, l'associazione "Nuove Sintesi" ha organizzato una conferenza con il Dott. Luciano Garofoli, studioso di autori come Pierre Virion, Pierre Faillant De Villemarest e i tanti che hanno approfondito il ruolo delle cosiddette "lobbies" nell'agone politico internazionale. Una chiacchierata con Luciano Garofoli, umbro ex allievo della Scuola Auritiana e conferenziere appassionato di tematiche legate all'occultismo e alla massoneria, potrà darci qualche spunto di riflessione preliminare.


D- Lei da anni studia le dinamiche sotterranee al "nuovo ordine mondiale", anche considerando ciò che si muove "dietro le quinte" di quello che in apparenza viene riconosciuto come potere politico. Questa conferenza avrà come oggetto preminente l'economìa?
R- Economia è una parola di per se semplice se non ci fossero delle perturbative  "esterne" a renderla complicata  e sofistica. Sostanzilamente esistono due forme di economia  quella reale e quella finanziaria. Quella reale è data da tutto ciò che una nazione produce nell'arco di un'unità temporale, per esempio, un anno.
Quindi tutta quella massa di beni e servizi che servono alla nazione medesima per la propria reale vita quotidiana. In questa forma rientrano le attività industriali, quelle artigianali, tutto ciò che di servizi vengono creati per rendere possibile sia la produzione sia gli scambi. Quindi ogni anno, da zero, si crea ricchezza reale tangibile vera.
Accanto a questa c'è anche l'economia finanaziaria che dovebbe fare da supporto alla prima fornendo la messa a disposizione di quegli strumenti necessari a poter svolgere l'attività economica reale: credito, assistenza per la riscossione di  titoli di credito, anticipazioni  e cessioni i credito.
Oggi con i grandi mezzi che sono necessari per poter svolgere un'attività è impensabile che un'azienda si possa autofinanziare: soltanto per pagare i propri fornitori, e farsi pagare dai propri clienti è necessario spesso un congruo periodo di tempo.


D - Ecco che arriva il ruolo del Banchiere...
R - Purtroppo l'economia finanziaria ha preso il sopravvento sulla reale ed ormai, grazie ad una mancanza totale di regolamentazione, una vera a propria assoluta anarchia (pensate migliaglia di miliardi di dollari dei derivatives nemmeno vengo riportati a bilancio permettendo di rubare grassare tutto e tutti) tutto è diventato un grande casino dove si gioca e si rischia con un rischio minimo ed un profitto masimo. Questo implica che se si deve rovinare un'azienda, un mercato borsistico, una nazione niente e nessuno può frenare questi raider delinquenti.


D - Quindi il vero potere non è appannggio dei politici ma di coloro che controllano l'emissione monetaria?
R - Sono sempre loro che riuniti in lobby bancarie, private, palesi od occulte programmano sviluppo o crisi di interi mercati, settori, nazioni: esempi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.


D - Eppure certi fenomeni sembrano quasi dipanarsi come spontanei e necessari...
R - La globalizzazione non è un fungo spontaneo cresciuto all'improvviso ci sono
voluti decenni, guerre, sangue imposizioni e ricatti per renderla attuabile: un
ideale può essere considerato il libero mercato? Pare di sì!


D - Quindi anche l'ultima crisi finanziaria è stata in un certo senso, provocata lucidamente?
R - La grande crisi del 1929 o quella che ancora stiamo vivendo tra la gran cassa mediatica che innalza cantifore e peana al "tutto va ben madama la marchesa" sono state tutte pianificate e preparate da anni di mosse strategiche e giochi più o meno sporchi e corrotti. Banche, agenzie di rating, agenti di borsa, grandi capitani d'industria sono tutti coinvolti in questo gioco al massacro. L'obiettivo è quello di fare soldi presto e in quantità enorme...del resto non interessa niente.


D - In tutto ciò l'aspetto "filantropico" e umanitario che la massoneria rivendica, appare come un paravento per ben più penetranti strategìe di dominio. Forse gli ideali massonici sono talmente diventati nuovo "senso comune" che non ci si accorge più della massoneria stessa?
R - A questi soggetti si uniscono anche grandi Lobby più o meno umanitarie che magari fanno passare i loro simboli come elementi ornamentali o di architettura: che so una colonna greca, una squadra, un compasso da disegnatore, stelle e stelline in cieli più o meno azzurri, sigilli di antichi re, teschi e tibie. Ormai purtroppo come diceva Carrol Quigley: "il complotto è ad uno stato troppo avanzato, i congiurati troppo potenti". per esempio il controllo della moneta è ormai accentrato nelle mani dei veri proprietari i Banchieri Centrali che da padroni comandano i politici come se fossero dei valletti: e dalla moneta reale si passa alle varie carte di credito, i diritti speciali di prelievo, alle unità di conto, agli input che virtualmente spostano miliardi da un posto all'altro del pianeta.


D - In effetti la famosa "mano invisibile" (qualità tipica dei ladri) tanto cara ai liberisti sembra essere senza un corpo comandato da una mente. se vi è una "mano", vi sarà pure una "testa"...
R - Concludendo con un insopettato, il Presidente americano F. Delano Roosevelt:in politica nulla accade a caso. Ogni volta che accade un avvenimento, si può essere certi che esso è stato previsto perchè si svolga così. E alla luce di quanto detto prima sappiamo benissimo quale main cachè dirige!


Grazie per la chiacchierata e in bocca al lupo per la conferenza.


 

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E poi dice che uno si ributta a sinistra e riscopre Karl Marx.
CURZIO NITOGLIA SUL ROTARY Il Rotary è nato il 23 febbraio del 1905 a Chicago (Illinois, Usa). I fondatori erano 4: Gustav Loehr, ingegnere minerario, S. Schiele, negoziante di carbone, H. Shorey, sarto e Paul Percival Harrys, avvocato[1] e massone[2]. Il nome Rotary fu proposto da Harrys poiché i 4 fondatori si riunivano “a rotazione” nei loro studi ed officine professionali. Durante la Convention di Duluth nel 1912, i rotaryani decisero di assume come loro simbolo una ‘ruota blu’ con ‘24 denti’ e ‘6 raggi’[3]. Essa simboleggia la ruota dei carri dei pionieri dell’avventura americana, iniziatasi nel Seicento, coi ‘Padri Pellegrini’, che dall’Inghilterra ed Olanda si diressero nel nord America per vivere più liberalmente il loro protestantesimo puritano e calvinista. I ‘denti’ rappresentano un ingranaggio meccanico, che significa la rivoluzione industriale e una concezione del mondo o “filosofia” marcatamente tecnologica e tecnocratica, con un richiamo alla inter-attività e inter-dipendenza tra i membri del Rotary, simili alle rotelle di un grande ingranaggio[4]. Tuttavia, vi è anche una simbologia più nascosta, segreta o esoterica di tale emblema. La ‘ruota’ è «un simbolo antichissimo, presente in tutte le culture. Assumerla come allegoria del progresso è ad un tempo corretto e riduttivo. La ruota partecipa alla perfezione suggerita dal cerchio, […]. Essa si riferisce, inoltre, al movimento e al divenire […], tensione verso elevati standard (professionali, etici, personali), […] calati nella […] realtà di una concretezza operativa. […]. Ma la ruota è anche la rota mundi, simbolo del mondo […], che contiene l’universo entro la sua circonferenza»[5]. La vocazione rotaryana implica universalità e mondialismo planetario. Il Rotary aspira ad «abbracciare entro la propria circonferenza l’universalità delle nazioni, delle razze, delle culture»[6]. Il numero ‘24’ è il doppio di 12 (come i mesi dell’anno, le costellazioni dello zodiaco), che di per sé significa pienezza e totalità, volutamente raddoppiata e accentuata dai rotaryani, i quali vorrebbero spaziare oltre il mondo intero. I ‘24 denti’ significano l’ingranaggio che vorrebbe realizzare l’addentellamento di tutte le nazioni della terra. Onde il Widmann definisce il Rotary come «movimento sovrannazionale, sovraculturale e sovrarazziale»[7]. Il ‘colore blu’ rappresenta la tensione cosmica, come l’acqua del mare, la volta del cielo (e della loggia massonica) e sta a significare la volontà di riunificate tutte le nazioni in un ‘Nuovo Ordine Mondiale’ più ampio (v. bandiera dell’Onu e delle Nazioni unite) mediante un sentimento di amicizia filantropica. I ‘6 raggi’ della ruota blu, sono il simbolo di un’emanazione, la quale si propaga dal centro della ruota dentata verso tutti gli altri enti, i quali non sono creati ex nihilo da Dio, ma emanano dall’Indeterminato o dall’Architetto dell’Universo. Il colore blu è circondato dal ‘giallo oro’, per significare l’eccellenza, che è il quarto concetto della filosofia rotaryana (tecnocrazia, mondialismo, filantropia ed eccellenza), vale a dire il rotaryano è un iniziato, non uno qualsiasi, fa parte di una elite tradizionale e non della gente comune, che tende ad una perfezione sempre maggiore, all’infinito. La storia La vitalità dei vari club rotaryani sparsi nel mondo (27. 000, con 1. 200. 000 soci, in 150 Nazioni) trae origine dallo spirito “americanista”, essendo nato a Chicago 115 anni fa. La sua prima origine lo colloca nel genere di associazioni fondate sulla capacità di rispondere alla sfida di un ambiente in rapida «crescita industriale e capitalistica selvaggia»[8]. Chicago nei primi del Novecento contava già 2 milioni di abitanti, in essa erano assai vivi i «valori umanistici della democrazia e della solidarietà sociale»[9]. Proprio in quegli anni l’America cominciava a diventare una super-potenza a livello mondiale, infatti dopo la guerra contro la Spagna (1898), Cuba, Portorico e le Filippine passarono sotto l’orbita statunitense, nel 1907-1909 una squadra navale americana aveva compiuto un giro di ricognizione attraverso il Pacifico, attraccando ai porti giapponesi, per mostrare di essere una potenza mondiale e non più limitata al solo Continente americano del nord e del sud. Questo sentimento americanissimo di imporsi all’attenzione del mondo intero non è estraneo al desiderio rotaryano di espansione totale e sovrannazionale[10]. Il “Mondo Nuovo” si affacciava sulla scena dell’orbe e non è «azzardato collocare in questo contesto storico il desiderio del ‘Rotary International’ di costruire e di diffondere un modello di “uomo nuovo”»[11]. Mentre in quel tempo nascevano in America associazioni di ispirazione protestantica: “L’Esercito della Salvezza” (1880), caratterizzato da un certo moralismo puritano, ad esempio la lotta contro l’alcool; e politico-sociale: l’ “Associazione Cristiana delle Giovani Donne” (1858) di ispirazione femminista; il Rotary «nasce senza infiammarsi di ardori politici […], né religiosi, non […] formulò piattaforme elettorali […], ma individuò nello spirito di una solidale amicizia il sostegno di un sodalizio filantropico»[12]. Occorre dire che se la dottrina e prassi pubblica del Rotary è molto simile a quella massonica, esso non era – tuttavia – ricco «di quei connotati di segretezza e di esoterismo, di quei rituali iniziatici che contraddistinguevano la Massoneria»[13]. In breve il Rotary appare come una massoneria pubblica e come l’anticamera di quella esoterica e segreta, ove i massoni possono facilmente pescare delle persone, che vi sono entrate per ingenuità, per farne dei “fratelli a tre puntini”. In un certo senso è anche peggiore della massoneria anglo-americana, la quale «postula come esigenza primaria la credenza nel Grande Architetto dell’Universo, […] mentre il Rotary è al di sopra e al di fuori di ogni concezione religiosa»[14]. La dottrina rotaryana La filosofia dei 4 fondatori del Rotary «è impregnata di realismo razionalistico, influenzato dal pragmatismo americano di William James. […]. Gli Stati Uniti nascono come un Paese “riformato” [luterano], ovvero popolato di persone che provenivano dalla cultura successiva alla riforma protestante. […]. L’americano non impone il credo protestante […], in America non esiste neppure una religione che tollera e una che viene tollerata. Si ha un’accettazione ‘tranquilla’ (o forse indifferente) delle varie confessioni. […]. Il Rotary è al di fuori, più che al di sopra, di ogni questione religiosa, cioè estraneo ad ogni discriminazione circa le credenze religiose dei soci. […]. “L’indifferentismo religioso”, come lo ha definito il gesuita Pietro Pirri, costituisce uno dei principali capi di accusa che la Chiesa romana ha imputato al Rotary (v. L’Osservatore Romano, 15 febbraio 1928, “Che cos’è il Rotary?”)»[15]. Il Rotary si espande prima nei Paesi anglofoni e protestatici (Canada e Inghilterra, 1911), poi nell’Europa occidentale e in America Latina (1920-1939), infine in Asia e Africa. In Italia e Germania, Spagna e Portogallo il Rotary viene soppresso negli anni Trenta dalle dittature fasciste ivi installatesi e riprende solo dopo la loro caduta. «I rotaryani vennero tenuti per molti anni in grande sospetto (anche dopo la fine della guerra) dal Vaticano. L’appartenenza al Rotary era vietata ai religiosi e vivamente sconsigliata ai credenti»[16]. Il Rotary in Italia Il 20 novembre 1923, presso l’esclusivo Ristorante “Cova” di Milano, viene ufficialmente inaugurato il primo club Rotary d’Italia. Milano fu scelta come sede poiché si preparava a divenire la capitale economica della Penisola. L’ispiratore di tale fondazione non fu un milanese, né un lombardo, né tanto meno un padano-italiano ma un inglese, sir James Henderson, affiancato dal suo amico Leo Giulio Culletton. Quest’ultimo avrebbe voluto che il club rotaryano italiano fosse del tutto simile a quelli americani, ossia ultra-democratico, mentre Henderson propendeva per un Rotary italiano elitario ed aristocratico[17], con membri influenti dell’alta borghesia ed imprenditoria, (tra essi figurano Motta, Falk, Pirelli, Borletti). Dopo Milano il Rotary si espande verso Trieste, Genova e il Piemonte (con Vittorio Emanuele III come socio), per giungere sino a Firenze, Roma (con Arnaldo Mussolini, sino a quando il regime tollerava tacitamente il club), Napoli e Palermo, i nomi dei vip aumentano: Giovanni Agnelli, Marzotto, Giovanni Treccani, Guglielmo Marconi, Nel 1925 il fascismo entra in collisione col club a causa delle sue origini demo-plutocratiche, del suo pacifismo e del suo mondialismo[18]. Nel 1928 la Chiesa cattolica attacca il Rotary (v. P. Pirri, in “L’Osservatore Romano”, 15 febbraio 1928) accusandolo di para-massoneria, poiché “la sua morale non è che un travestimento di quella massonica”[19]. Il 4 febbraio 1929 il S. Uffizio pubblica un decreto con cui proibisce in Italia ai sacerdoti di iscriversi all’Associazione rotaryana, mentre in Spagna il card. primate Pedro Segura y Saenz, Arcivescovo di Toledo, il 23 gennaio 1929 estendeva la proibizione anche ai semplici laici battezzati, poiché l’Associazione era basata su una morale autonoma e laicistica, una concezione mondialistica, una concezione di fratellanza filantropica in opposizione con la virtù teologale di carità, una filosofia soggettivista e relativista, Il Caudillo Francisco Franco lo sciolse e venne ristabilito solo nel 1983. Anche “La Civiltà Cattolica” si occupò della questione massonico-rotaryana in tre articoli (16 giugno 1928, 21 luglio 1928 e 16 febbraio 1929), in cui l’associazione rotaryana veniva definita come “un’emanazione massonica, una nuova specie di massoneria che opera in pieno giorno”. Ma, in Italia, il club fu soppresso ufficialmente solo nel 1938. In realtà da parte rotaryana «non venne mai smentito che fra i soci del Rotary figurassero anche persone appartenenti alla massoneria, proprio in quanto lo Statuto dell’Associazione non prevedeva discriminazioni in ordine a convinzioni religiose, filosofiche e politiche»[20]. L’11 gennaio 1951, L’Osservatore Romano pubblicò un Decreto del S. Uffizio, che diffidava i sacerdoti di iscriversi alle associazioni segrete, con riferimento implicito al Rotare. Tale Decreto venne spiegato dal padre gesuita Francesco Pellegrino il 14 gennaio del 1951, nella chiesa del Gesù di Roma. Infine vi fu un articolo ulteriormente chiarificatore apparso su L’Osservatore Romano il 27 gennaio 1951, in cui si negava ai vescovi aventi Diocesi di permettere agli ecclesiastici di iscriversi al Rotary, ma veniva loro consentita la frequenza alle riunioni rotaryane con carattere pubblico o con finalità caritatevole, quanto ai laici nessun cenno di proibizione. Il card. Angelo Roncalli, durante il suo patriarcato a Venezia (1953-58) ebbe numerosi contatti con i rotaryani[21] e da Papa il 20 aprile 1959 ricevette una prima volta i rotaryani d’Italia, seguita da una seconda il 20 marzo 1963. Il 13 novembre del 1957 Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, aveva già presenziato alla riunione del club rotaryano milanese ed aveva dichiarato che in passato aveva avuto molte riserve sul Rotary, “frutto di ignoranza e di errore”[22]. Il 28 settembre 1963 Paolo VI ricevette un’intera rappresentazione rotaryana, poi il 20 marzo 1965, quindi il 14 novembre 1970, inoltre il 16 febbraio 1974 ed infine Giovanni Paolo II indirizzò ai rotaryani della ‘LXX Convention’ un messaggio di viva simpatia il 14 giugno 1979, poi il 13 febbraio 1984, quindi il 25 febbraio 1989[23]. Conclusione ●L’ideologia del Rotary presenta gravi carenze filosofico-dogmatiche ed una inconciliabilità di fondo con la dottrina cattolica. Infatti, essa è il frutto - come abbiamo visto nel corso dell’articolo grazie alle citazioni dei rotaryani stessi - del neoprotestantesimo liberale americano, ancora più latitudinarista di quello classico luterano. L’Americanismo o modernismo pratico, condannato da Leone XIII in Testem benevolentiae (1895), ne è il cuore, assieme al Pragmatismo razionalista di William James (+ 1910). Il mondialismo oggi imperante, con il concetto di società multi-etnica, multi-religiosa e multi-culturale, rappresenta uno dei pilastri della filosofia e prassi rotaryana. L’ “iniziazione” del tutto laica e borghese, elitario-tecnocratica, tendente al progresso all’infinito è presente nel Rotary anche se non in maniera segreta o esoterica come nella massoneria. Il filantropismo, che cerca di scalzare la virtù teologale e soprannaturale di Carità pure. L’esclusione di ogni concezione religiosa propria del Rotary sorpassa anche il vago deismo massonico, il quale richiede almeno la credenza nel Grande Architetto dell’Universo ed esclude l’ateismo grossolano, perciò essa porta ad una forma estrema di indifferentismo agnostico, estraneo persino alla massoneria anglo-americana. La morale rotaryana è autonoma, soggettiva o kantiana, dunque essenzialmente contrapposta a quella oggettiva, naturale e divina del cattolicesimo e della retta filosofia. Il laicismo politico, con la separazione assoluta tra Chiesa e Stato è un caposaldo del rotarysmo ed è contraria al Diritto Pubblico Ecclesiastico tradizionale. Il tutto è incorniciato in un sostanziale soggettivismo e relativismo filosofico, “religioso” e sociale, che inquina e guasta l’intera dottrina e prassi rotaryana. ●Ciò che lascia perplessi è il cambiamento o rovesciamento di giudizio nei confronti del Rotary, avvenuto con Giovanni XXIII (1962) e Paolo VI (1963), dopo quaranta anni circa di condanne ecclesiastiche (1928-1951) a partire da Pio XI sino a Pio XII. Ma data la svolta antropocentrica della teologia del Vaticano II (cfr. Gaudium et spes n. ° 22; Paolo VI, 7 dicembre 1965, “Omelia nella IX sessione del Concilio Vaticano II”; Karol Woytjla, Segno di contraddizione, Milano, Vita e Pensiero, 1977; Giovanni Paolo II, Redemptor hominis (1979); Dives in misericordia (1980), Dominum et vivificantem (1986); non ci si meraviglia più di tanto, anzi è del tutto normale che ad una teologia del primato dell’uomo su Dio, sia seguita una pastorale della preminenza dell’unitarismo sulla verità, la quale è sfociata infine nella superiorità della diplomazia o filantropia sulla religione positiva e rivelata. Il cambiamento a 360 gradi del giudizio clericale sul Rotary è una conferma dell’inesistenza dell’ermeneutica della continuità tra Vaticano II e Tradizione divino-apostolica, (cfr. B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, 2010) anzi è la prova provata della rottura e contraddizione tra Tradizione e conciliarismo: teocentrismo/antropocentrismo; retta filosofia/sincretismo; religione/filantropismo. Solo rimettendo ordine alle idee e ai fatti: mezzi disposti al Fine, creatura al Creatore, unione a Verità, politica a Religione, si potrà ritrovare la tranquillità e la stabilità teoretico-pratica in campo filosofico, teologico e spirituale, altrimenti si resta nell’attuale caos della post-modernità nichilistica del neo-modernismo condannato da Pio XII (Humani generis, 12 agosto 1950), che mette l’uomo contro Dio, la mondializzazione contro la Verità e la politica contro la Religione. Mentre la modernità e il modernismo classico condannato da S. Pio X (Pascendi, 8 settembre 1907) si “limitavano” a fare a meno dell’Essere oggettivamente reale e Trascendente o a separare l’uomo da Dio, come non esistesse; a volere l’unione senza la Verità e la politica priva di Religione. Questa è la “tragedia conciliare”, l’uomo al posto di Dio, che ha reso l’ambiente cattolico una bolgia e il mondo una specie di inferno. d. Curzio Nitoglia 7 settembre 2010 Link a questa pagina: http://www.doncurzionitoglia.com/rotary_e_massoneria.htm -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. P. P. Harrys, La mia strada verso il Rotary, tr. it., s. l., Edizioni del Distretto 2070, 1993. [2] A. Mellor, Dictionnaire de la Franc-maçonnerie et des Francs-maçons, Parigi, Belfond, 1989, p. 196. [3] Cfr. Claudio Widmann, a cura di Il Rotary, un’idea, una storia. Chicago 1905-ravenna 1995, Ravenna, Longo Editrice, 1996, p. 9. Sulla simbologia rotaryana cfr. M. Chevalier, Society, manners and politics in the United States, New York, Anchor Books, 1961; Id., Chronicle of the Pilgrim Fathers, London & New York, J. M. Dent, 1910; M. Novak, Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo, Roma, Armando, 1987. [4] C. Widmann, ivi. [5] Ibidem, p. 10. [6] Ibid., p. 11. [7] Ibid., p. 12. [8] Ibid., p. 18. [9] Ivi. [10] Cfr. ibidem, p. 19. [11] Ibid., p. 20. [12] Ibid., p. 21. [13] Ibid., p. 22. [14] L. Troisi, Dizionario massonico, Foggia, Bastogi, s. d., p. 347. [15] C. Widmann, cit., p. 23. [16] Ibid., p. 26. [17] Cfr. A. Frumento, Nascita e rinascita del Rotary in Italia, Milano, Rotary Club di Milano, 1975, p. 19. Cfr. anche A. Belloni Sonzogni, Rotary di Milano: interpretazione storica di un progetto civile, Milano, Rotary Club di Milano, 1993. [18] Cfr.C. Widmann, cit., pp. 44-46. [19] Cfr. E. Cianci, Il Rotary e la Chiesa cattolica, Congresso 207, Distretto Arezzo, 10-12 maggio 1985; O. Ranelletti, Il Rotary e la Chiesa Cattolica, Milano, Istituto Culturale Rotaryano, 3a ed., 1991. [20] C. Widmann, cit., p. 50. [21] Cfr. O. Ranelletti, Rotary e Chiesa Cattolica, Milano, Istituto Culturale Rotaryano, 3a ed., 1991, p. 91. [22] E. Cianci, Il Rotary nella società italiana, Milano, Mursia, 1983, p. 176. [23] Id., cit., p. 178. Cfr. R. Esposito, Le grandi concordanze tra la Chiesa cattolica e la massoneria, Firenze, Nardi, 1987; G. B. Buzzetti, voce “Rotary”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. X, col. 1398 s.
Altro che Marx....leggete la INIMICA VIS di Leone XIII.....e capirete tutto.
AURITI SANTO SUBITO!!! L'attuale crisi economica. oltre ai tanti e non lievi disastri provocati, ha generato anche qualche risvolto positivo. Si sono azzittiti tutti i grandi ed accreditati economisti, quelli pompati ed allineati alla cricca bancaria e monetaria, sostenitori sino al giorno prima del crollo economico che tutto procedeva per il meglio, secondo le rigide linee guida dell'economia di mercato e a maggior gloria del liberismo più sfrenato. In grave imbarazzo si trovano pure quelli che erano protesi a magnificare gli interventi e gli investimenti in borsa, quelli che leggendo nella palla di vetro sapevano indirizzare gli investitori verso i titoli più redditizi, poi miseramente evaporati. A ben osservare alcuni di questi ed alcuni promotori loro compari, hanno dovuto sopportare oltre alla derisione anche qualche dispiacere ad opera dei propri clienti non molto soddisfatti del loro operato. Gli economisti rimasti in pista, sono quelli che ogni tanto compaiono, agiscono con il compito di rabbonire e giustificare le manovre più o meno dolorose elaborate dal Governo. Nonostante la loro consumata disinvoltura, non riescono tuttavia a dissimulare alcune incertezze e tutto il loro imbarazzo nel svolgere il compito loro assegnato. In ogni caso i più patetici, per la verità abbastanza pochi, sono quelli che per sostenere l'utilità e la convenienza delle manovre economiche calate sul territorio nazionale (restrizioni, tagli di spesa, rinvio grandi opere e quant'altro), a danno della circolazione monetaria dell'intero mercato e degli stessi cittadini, citano e riportano approvazioni e consensi ventilati in sede europea ad opera dei funzionari dell'Europa dei banchieri. Purtroppo non si comprende se tutte queste manovre ed interventi di bilancio, ammantate dalla sana e nobile iniziativa di ridurre spese e sprechi, avvengono nell'interesse dei cittadini e del mercato nazionale, oppure a salvaguardia dei banchieri i quali vengono tranquillizzati dagli sforzi e sacrifici messi in campo per il pagamento degli interessi passivi sul fittizio debito pubblico, da loro stessi abilmente costruito con il perverso sistema di emissione monetaria ora in atto. Tutto ciò rischierebbe di passare inosservato se non fosse lo stesso Ministro Tremonti ad accodarsi a questi balbettanti e scodinzolanti economisti i quali, allargandosi, fanno trasparire la loro vera mission quando sostengono che se non ci fosse stato l'euro la situazione in Italia sarebbe stata ancora peggiore. (escusatio non petita…). Si possono comprendere le preoccupazioni del nostro Ministro il quale con l'approssimarsi delle date di scadenza dei titoli del debito pubblico cerca di non irritare la cricca monetaria dalla quale dipendono le accreditate agenzie di rating, quotate in borsa, che distribuiscono voti sulla bontà dei titoli del debito pubblico. L'altro beneficio conseguito con questa ultima crisi economica riguarda proprio la perdita di credibilità di queste agenzie di rating. Fino al giorno prima del crollo dei titoli “farlocchi, cabriole, tossici, ecc”. quelli che hanno provocato la grande crisi, continuavano ad essere classificati ottimi ed affidabili. L'ultima disavventura accorsa pochi giorni fa quando nell'intento di ripetere la stessa manovra messa in atto a danno della Grecia hanno abbassato il rating ai titoli portoghesi e questi, come per incanto, hanno guadagnato subito un punto e mezzo in borsa. Coraggio Ministro Tremonti, pensi agli interessi veri del popolo italiano in termini di ripresa economica ed occupazionale e metta in campo tutti gli accorgimenti che Ella ben conosce per far ripartire l'economia. Siamo d'accordo di eliminare sprechi ed inefficienze, ci si poteva pensare anche prima, ma teniamo sempre presente che l'economia moderna poggia sull'incremento delle entrate e non sul contenimento delle uscite. Coraggio Ministro prepariamoci per tempo a finanziare il nostro sviluppo ed a pagare i nostri prossimi titoli in scadenza con la nostra moneta emessa direttamente dalla Stato italiano, come abbiamo dimostrato di saper ben fare per oltre cento anni. Continuando come ora ad emettere i titoli di debito, sui quali corrono subito gli interessi, per farli scontare ai banchieri ed utilizzare il netto ricavo per pagare i titoli in scadenza, non si arriverà mai ad estinguere od abbassare il debito pubblico che, proprio per questo motivo, nonostante tutti i proclami compreso quelli autorevolissimi del Presidente della Repubblica, con questo andazzo continua e continuerà a crescere. Importante l’emissione monetaria nazionale poiché dovrà essere destinata anche al rilancio economico ed occupazionale per non creare nuovo debito per finanziare sviluppo e ricerca. Solo così >>> ABRUZZOpress – N. 278 del 19 luglio ’10 Pag 2 si potrà colmare il gap esistente fra noi e gli altri Paesi industrializzati. Dobbiamo smettere di perdere ricchezza che si potrebbe realizzare, ma ciò che è ancora più grave, perdere, con la fuga dei cervelli, il miglior capitale nazionale che molto è costato alla comunità nazionale per formarlo. Occorre rapidamente invertire questo processo in atto poiché la nostra economia, prettamente manifatturiera, ha bisogno di risorse economiche, senza costo anche per incrementare la ricerca ed eventualmente attirare nuove competenze. Politici e media debbono prendere atto definitivamente che se i titoli del debito pubblico sono ritenuti buoni al punto da essere accettati per lo sconto dai competenti e scaltri banchieri, devono essere ritenuti validi anche i titoli monetari nazionali i quali, come ebbe a dichiarare Nixon in occasione della denuncia dei patti di Breton Wouds, valgono poiché rappresentano il valore di tutta la produzione nazionale. Smettiamo di farci condizionare dai banchieri i quali non contenti di “Basilea 2”, ritenuta ancora poco incisiva per strangolare il mercato, stanno preparando “Basilea 3”; smettiamo di ballare alla musica delle inaffidabili e non disinteressate agenzie di rating al servizio di chi detiene i loro pacchetti di maggioranza. Come ha enunciato ed insegnato Auriti il valore della moneta deriva dalla convenzione di chi l’accetta e la usa. La convenzione è creata da tutti noi che utilizziamo, per convenzione, il medesimo strumento di misura del valore. Nel mondo per soddisfare questa funzione si è utilizzato di tutto: conchiglie, perline, sale, pezzi di vetro e minerali, pezzi di legno, ecc. ecc. sempre per convenzione di chi accettava ed utilizzava lo stesso strumento. Ecco perché il controvalore del ignoreggio, che si verifica sempre al momento dell’emissione monetaria, deve essere acquisito, per giustizia ed anche per convenienza, dallo Stato che rappresenta la comunità a titolo originario, in nome e per conto di tutti i propri cittadini e non, come ora illegittimamente avviene, dai banchieri i quali così facendo indebitano sempre più Stato e privati. Rimettiamo in funzione la “Zecca dello Stato” e provvediamo da soli a munirci degli strumenti econometrici di cui abbiamo bisogno E i politici stanno a guardare. Ora anche i cittadini, ma fino a quando?... Savino Frigiola
RITENGO NECESSARIE ALCUNE PRECISAZIONI: 1) iL PROBLEMA DEL RUOLO DELLA FINANZA FU POSTO A SUO TEMPO ED è STATO AMPIAMENTE RECEPITO DA TUTTI COLORO CHE ERANO IN CONDIZIONE DI FARLO. RICORDO CHE HENRY COSTON SCRIVEVA A META' DEL SECOLO PRECEDENTE, DENUNCIANDO IL POTERE DELLA FINANZA INTERNAZIONALE. LA SUA RIVISTA SI CHIAMAVA LECTURES FRANCAISES, IL SUO LIBRO PIU' IMPORTANTE: LES FINANCIERS QUI MENENT LE MONDE. INUTILE TRATTARE DI EZRA POUND CHE GIA' DA INIZIO SECOLO AVEVA INQUADRATO IL PROBLEMA NEI SUOI PALETTI ESSENZIALI. L'OPERA DI AURITI HA FATTO IL RESTO. ( Per non citare che alcuni nomi, fra i tanti...Giano Accame, ad esempio, Francesco Cianciarelli ancora, Marco Della Luna e Marco Saba attualmente etc....Quigley è arrivato in Italia negli anni settanta grazie alla traduzione da parte di Stefania Vaselli del libro di Skousen: Il capitalista nudo, ed. Armando, 1978; Maurizio Blondet:Schiavi delle banche, Effedieffe, 2004). RITENGO PERTANTO CHE CHI DOVEVA ESSERE INFORMATO LO è STATO. GLI ALTRI, LA MASSA, NON CONTANO PER NULLA. ORA OCCORRE AGIRE! IL VERO PROBLEMA PER LE CLASSI DIRIGENTI EMERGENTI è SOLO QUELLO DI RAGGIUNGERE POSISIONI DI POTERE ATTE A REALIZZARE IL PROGETTO INIZIALE. GIORGIO VITALI
STORIA DELLE CAMBIALI M.E.F.O., tratto da "SCHIAVI DELLE BANCHE" DI MAURIZIO BLONDET.....Avremo mai dei governanti così coraggiosi e credibili? Altro che mignotte, ammucchiate dalemiane o terzi poli....è un pò lungo da leggere ma ne vale la pena.....se si scoprisse che gli Aztechi, nonostante i sacrifici umani, avessero avuto un sistema idrico, agricolo o magari ragionieristico all'avanguardia, non dovremmo studiarlo a prescindere dalle nefandezze commesse? Ecco.....dato che ormai è stato raschiato il barile con risultati effimeri, un ritorno delle cambiali M.E.F.O. sarebbe una soluzione per il rilancio dell'economìa in tutta l'Europa? "Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale enorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantesca disoccupazione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delle riparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte quasi a zero. Inoltre, s’è prosciugato totalmente il flusso dei capitali esteri, che si presumevano necessari alla sua rinascita economica. La Germania insomma non ha denaro,ha perso i suoi mercati d’esportazione, è forzatamente isolata - dalla recessione mondiale - dal mercato globale. Costretta a un’economia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini. Ma proprio da lì, comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti “si basavano sulle idee sempliciste del loro fuehrer, e s’erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà,purché si mantengano costanti i prezzi”. Hitler lo diceva con esplicita brutalità: “dopo l’eliminazione degli speculatori, si dispone di una sorta di moto perpetuo economico, di circuito chiuso il cui movimento non si arresta mai. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe” Sono idee sempliciste. O anche assurde sul piano della teoria economica: creare inflazione (stampare carta moneta) senza far salire i prezzi - e senza ricorrere al razionamento dei consumi, alle tessere del pane, come stava facendo Stalin negli stessi anni. Eppure funzionano. A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare la moneta: questa misura renderebbe più competitive le sue esportazioni, ma accrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c’è dunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commerciale non può più essere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germania vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato) che però devono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci tedesche. Ben presto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamente, accordi internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui necessitava, perché non vendeva né comprava più. Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù. Prendere o lasciare, e le condizioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili. Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importatori tedeschi un’autorizzazione della Banca Centrale all’acquisto di divise estere; il tutto presto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori, che disponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, “dopo l’eliminazione degli speculatori”, senza che fosse necessario pagare il tributo ai banchieri internazionali. Controllo statale dei cambi e del commercio estero sono praticati nello stesso periodo dall’Urss, con atroce durezza: ma con risultati miserandi. Il controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri invece, deve ammettere lo storico, “dà alla politica economica tedesca una nuova libertà”. Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d’acquisto per i lavoratori) è stato svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani. Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando la moneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio della sua moneta nazionale. Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavori pubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità. Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni e passa. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni.Nel 1938 non sono più di 400 mila. E non sono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933 e il 1936, è l’edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita dall’industria dell’automobile (+ 117%); la metallurgia ne occupa relativamente meno (+83%). Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata - o piuttosto dissimulata - con geniali tecnicismi. Di norma, nel sistema bancario speculativo, le banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro, successivamente servendo il loro debito (e anzitutto pagando gli interessi alla banca), riempiono quel nulla di vera moneta - di cui la banca si trattiene il suo profitto (4), estraendo il suo tradizionale tributo dal lavoro umano. Ma naturalmente questo metodo genera inflazione, perché mette in circolazione moneta aggiuntiva; e Hitler vuole - deve - risparmiare al suo popolo, che ha già conosciuto l’esplosione inflattiva del 1922-23, un’altra disastrosa esperienza del genere. Nel sistema hitleriano, è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. E’ con queste promesse di pagamento (dette’ effetti MEFO ‘) che gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all’ incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione. Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all’incasso; risparmiando così fra l’altro (non piccolo vantaggio) l’aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria. Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, ed hanno sospettato pressioni dello Stato nazista, magari tramite la Gestapo, per mantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione in realtà fu esercitata. Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra risposta che quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazie alla fiducia. L’immensa fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini, e le sue classi dirigenti. Hanno detto che Hjalmar Schacht, il banchiere centrale del Reich, ebreo, che è l’inventore del sistema, ha reso invisibile l’inflazione: gli effetti MEFO erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici. In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga ma, naturalmente, assolto) spiegò – fumosamente d’aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. Bisogna correggere la modestia del geniale banchiere. Erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l’energia, la voglia di lavorare, la capacità attiva del popolo. Schacht fece molto di più. Da ebreo, conosceva bene la frode fondamentale su cui si basa il sistema del credito, e i lucri che consente l’abuso della fiducia dei risparmiatori e degli attivi, che col loro lavoro riempiono di vero denaro i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex-nihilo. Per una volta nella storia, un ebreo fece funzionare la frode a vantaggio dello Stato - senza lucro - e del popolo. Non a caso, e senza nessuna intenzione sarcastica, Hitler gratificò Schacht del titolo di “ariano d’onore”: mai definizione fu meglio meritata. Un economista britannico, C.W. Guillebaud, ha espresso con altre parole lo stesso concetto: “nel Terzo Reich, all’ origine, gli ordinativi dello Stato forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti [con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale]; l’investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si possono pagare gli interessi] e in qualche misura rimborsato”. Con il denaro creato dal nulla a beneficio del popolo, anziché degli speculatori, la Germania - mentre il mondo gela nella recessione profonda degli anni ‘30 - prospera. La massa dei salari, che ammontava a 32 miliardi di marchi nel 1932, è salita nel 1937 a 48,5 miliardi: parecchio di più della massa salariale del boom pre-1929 (42,4). E qui gli economisti, i teorici del monetarismo e della mano invisibile del mercato, aspettano al varco l’esperimento hitleriano: quell’abbondanza di potere d’acquisto nelle tasche dei lavoratori provocherà una crescita esponenziale dei consumi, e dunque una pressione al rialzo dei prezzi. Si tenga conto che quel denaro è nelle mani di milioni di uomini e donne che sono stati disoccupati per anni, e per anni hanno vissuto nella privazione: la corsa agli acquisti di generi di consumo sarà dunque inarrestabile. Non ci sarà alcuna creazione di risparmi indicata da Guillebaud. L’inflazione sembra tanto più certa, in quanto nella Germania di Hitler, fra il 1932 e il 1937, la produzione di beni di consumo aumenta poco (+39%), specie in confronto all’enorme aumento di beni di produzione, macchinari, strade, fabbriche (+ 172%). Dunque il potere d’acquisto aggiuntivo si getterà a comprare beni relativamente scarsi, accentuando la spinta all’inflazione. Ebbene: in Germania, l’inevitabile inflazione non si verifica. L’indice del costo della vita, pari a 120,6 nel 1932, è nel 1937 a 125,1: in cinque anni l’inflazione sale di poco più che 4 punti. Come mai? Alla ricerca del trucco, gli economisti si sono chinati sul prelievo fiscale. Certo lo Stato nazista avrà sottratto agli operai una parte notevole del loro nuovo potere d’acquisto con tributi gravosi. In realtà, nella Germania del 1937 la percentuale del prelievo fiscale sul reddito nazionale è pari al 27,6%, appena poco di più del 26% del 1933, quando Hitler prende il potere. Del nuovo reddito creato dalla prosperità indotta, il Reich non preleva che il 7,5%: un prelievo così mite non si è visto mai, né prima né dopo, negli Stati più liberali. E di fatto, il risparmio dei privati in quegli anni, praticamente, si quintuplica: incoraggiato dallo Stato, ma non imposto coercitivamente. I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la naturale frugalità germanica, la sua innata disciplina. Per evitare un altro termine, che spiegherebbe di più: l’entusiasmo di un popolo spontaneamente mobilitato per la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari, che ha capito perfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con energia e creatività. Va detto che lo stesso Schacht non credeva nel sistema che aveva messo in moto col suo trucco contabile. Devoto allievo della dottrina classica, previde che il miracolo artificiale si sarebbe sgonfiato: raggiunto il pieno impiego, lo sfruttamento totale delle risorse, gli investimenti e le spese pubbliche devono rallentare, perché da quel momento esso genera solo pura inflazione. Così dettava l’economia classica: il serbatoio di manodopera è inelastico, e ogni nuovo investimento compete offrendo sempre più alti salari a una manodopera sempre più scarsa. E’ in base a questo dogma, notiamolo, che il liberismo supercapitalista raccomanda la globalizzazione, l’internazionalizzazione dell’economia: per attingere ai serbatoi di lavoro inutilizzato e a basso costo dei paesi non sviluppati. Dal ‘36 in poi, fra l’altro, le materie prime sui mercati mondiali cominciano a rincarare, rendendo più difficile il gioco economico di Hitler. E’ proprio in quel momento che Schacht propone di dedicare somme maggiori alle importazioni: e ciò non tanto per migliorare il tenore di vita dei tedeschi ma - incredibilmente - per “migliorare i nostri rapporti con l’estero” . Insomma: indebitiamoci un po’ per far contenti gli usurai. In quel momento invece Hitler incarica Goering, un Goering ancora giovane e attivo, di lanciare il grande piano di sostituzione delle materie prime: ciò che non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (ersatze). Così nascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica partendo dal carbone, brevetti che l’America - dopo la vittoria sul Reich - si affretterà a sequestrare e a distruggere. Di fatto, in quegli anni la Germania funziona ancor più di prima a vaso chiuso. Come l’Unione Sovietica di Stalin riduce ulteriormente le sue importazioni. In Unione Sovietica l’autarchia è raggiunta al prezzo di carestie, atrocità poliziesche e concentrazionarie. I contemporanei, dunque, suppongono che i tedeschi, messi da Hitler a lavorare per produrre beni non consumabili, siano soggetti a severe privazioni, o almeno a un regime di austerità. Se non da schiavi di una stato totalitario, almeno da monaci guerrieri. La realtà viene esposta da una tabella sui consumi annui pro capite ricavata dal già citato Guillebaud: la tabella rivela la stupefacente realtà: la qualità dell’alimentazione tedesca migliora durante la dittatura hitleriana. Il tedesco mangia meno margarina ma più burro; cala la dieta di patate (il cibo tedesco della povertà) e aumentano farina, carne, pesce. Persino il consumo di caffè, importato, è più abbondante. In Germania, l’ autarchia funziona. Gli studiosi del miracolo tedesco si consolano, retrospettivamente, con l’idea che una simile economia a ciclo chiuso non avrebbe potuto espandersi all’infinito. Che, se durò più del previsto, fu perché la Germania, con le annessioni del 1939 e ‘40, ebbe a disposizione nuove fonti di lavoro e materie prime. Forse. Tuttavia, bisogna pur riconoscere che l’economia tedesca fu messa a regime di mobilitazione totale solo dal 1943. Solo allora la Germania spinse a fondo l’acceleratore. Albert Speer, il genio della mobilitazione economica bellica, racconta (8) che nel 1943 - sotto gli incessanti, apocalittici bombardamenti - la Germania fu ancora capace di produrre 5234 locomotive, il doppio dell’anno precedente. Fra il , 41 e il ‘44 la produzione di munizioni triplicò, quella dei pezzi per mezzi corazzati fu quintuplicata, pur con un risparmio del 79% della manodopera e del 93% dell’acciaio impiegato (rispetto al 1941), grazie a una razionalizzazione scientifica dei processi produttivi. E la mobilitazione della manodopera fu sempre ben lontana dalla militarizzazione attuata in Inghilterra, dove “tutte le forze del lavoro erano inquadrate in battaglioni, che venivano dislocati dove ce n’era bisogno. Tutta la popolazione civile inglese, comprese le donne, era una gigantesca armata mobile”. In Inghilterra il 61 per cento delle donne era nel’ 44 impiegato nello sforzo bellico; in Germania, il 45 per cento. Quanto ai beni di consumo, fatta 100 la produzione del 1939,in Gran Bretagna era scesa nel 1942 a 79, in Germania era a 88. Ancora a metà della guerra, il tenore di vita tedesco restava più alto di quello dei suoi nemici. A questo punto, è inevitabile porsi la domanda: è possibile che non solo la guerra annichilatrice scatenata dalle potenze anglo-americane contro la Germania, ma la storica satanizzazione del Reich, la sua permanente damnatio memoriae, abbiano avuto come motivazione reale e occulta proprio i successi economici ottenuti da Hitler contro il sistema finanziario internazionale? E’ la domanda più censurata della storia. E’ la domanda-tabù. Non oseremmo porla qui, se non l’avesse adombrata un avversario militare del Terzo Reich: J.F.C. Fuller, generale britannico. Fuller, scomparso nel 1966, geniale innovatore della guerra corazzata, è considerato il Clausewitz inglese. Ha combattuto la Germania nella prima e nella seconda guerra mondiale. Avversario, ma leale. In un cruciale capitolo della sua opera principale, Storia militare del mondo occidentale (1), Fuller delineò brevemente le ragioni dell’ energica rinascita economica della Germania sotto il Terzo Reich. Con limpida chiarezza. Fuller attribuisce ad Hitler il seguente pensiero: “la comunità delle nazioni non vive del fittizio valore della moneta, ma di produzione di merci reali; la quale conferisce valore alla moneta. E’ questa produzione ad essere la vera copertura della valuta nazionale, non una banca o una cassaforte piena d’oro”- Egli [Hitler] decise dunque 1) di rifiutare prestiti esteri gravati da interessi, e di basare la moneta tedesca sulla produzione invece che sulle riserve auree. 2) Di procurarsi le merci da importare attraverso scambio diretto di beni - baratto - e di sostenere le esportazioni quando necessario. 3) Di porre termine a quella che era chiamato ‘libertà dei cambi’, ossia la licenza di speculare sulle (fluttuazioni delle) monete e di trasferire i capitali privati da un paese all ‘altro secondo la situazione politica. 4) Di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito”. Fuller pare aver compreso perfettamente la frode fondamentale, il meccanismo per cui la finanza estrae il suo tributo perpetuo dal lavoro umano. Infatti scrive: “Hitler era convinto che, finché durava il sistema monetario internazionale [...], una nazione, accaparrando l’oro, poteva imporre la propria volontà alle nazioni cui l’oro mancava. Bastava prosciugare le loro riserve di scambio, per costringerle ad accettare prestiti ad interesse, sì da distribuire la loro ricchezza e la loro produzione ai prestatori”. E aggiunge: “la prosperità della finanza internazionale dipende dall ‘emissione di prestiti ad interesse a nazioni in difficoltà economica; l’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto un momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega “. “Questa pistola finanziaria era puntata alla tempia, in modo particolare, degli Stati Uniti, i quali detenevano il grosso delle riserve d’oro mondiali, e perché il loro sistema di produzione di massa richiedeva l’esportazione del dieci per cento circa dei loro prodotti per evitare la disoccupazione. Inoltre, poiché i metodi brutali usati da Hitler contro gli ebrei tedeschi aveva irritato i finanzieri ebrei americani, sei mesi dopo che Hitler divenne cancelliere, Samuel Untermeyer, un ricco procuratore di New York, gettò il guanto di sfida. Egli proclamò una ‘guerra santa’ contro il nazionalsocialismo e dichiarò il boicottaggio economico sui beni, trasporti e servizi tedeschi” . Ciò a cui Fuller allude, nell’ evocare la guerra santa ebraica contro il nazionalsocialismo, è un evento preciso, che ebbe luogo al Madison Square Garden il 6 settembre 1933. Samuel Untermeyer, membro influente del B’nai B’rith, ripeterà il 5 gennaio 1935 questa dichiarazione; annunciando un embargo totale sulle merci tedesche “a nome di tutti gli ebrei, massoni [sic] e cristiani “. In ogni caso, la comunità ebraico-finanziaria non trascurò di mettere in atto anche misure più concrete. E’ certo che anche il finanziere Bernard Baruch si allarmò del sistema di scambi internazionali diretti di merci, non mediati da trasferimenti monetari, messo in attività da Hitler. In un colloquio che ebbe nel settembre 1939 col presidente Roosevelt, Baruch raccomandò di “tenere i nostri prezzi bassi per conservarci i clienti delle nazioni belligeranti. In questo modo, il sistema di baratto tedesco sarà distrutto”. Non bastò, e si dovette ricorrere alla guerra. Il potere di Bernard Baruch nel lanciare gli Stati Uniti nel conflitto anti-tedesco non può essere sottovalutato da chi ne conosce le gesta. Nato in Texas nel 1876 (suo padre fu membro del Ku Klux Klan), il miliardario Bernard Baruch. acquirente primario del debito pubblico americano - ossia di fatto membro del ristretto gruppo di banchieri che emettono la moneta Usa indebitandone il paese - Baruch divenne, in forza di tale veste, il consigliere di sei presidenti, da Woodrow Wilson (1912) ad Eisenhower (1950). Fu lui che convinse il presidente Wilson a far entrare l’America nella Grande Guerra; soprattutto, lo convinse che lo sforzo bellico necessitava di un organo onnipotente di pianificazione della produzione industriale; e che quell’ organo supremo doveva essere guidato da un uomo solo. Quell’uomo era lui, Baruch. Il War Industry Board, di cui fu a capo, impartì ogni ordinativo per materiale bellico e logistico - dagli scarponi alle locomotive - ad ogni azienda americana che lavorava per la guerra; non solo per armare e rifornire le truppe americane, ma in buona misura anche quelle alleate. Come denunciò nel 1919 la Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W.J.Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, fu “un governo segreto…sette uomini scelti dal presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare… dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata” . Insomma, Baruch instaurò - nel bel mezzo della democrazia americana, in un clima politico e culturale totalmente diverso da quello dell’Europa dell’est- il sistema di pianificazione socialista dell’economia, perfettamente simile a quello che stava nascendo in Russia. Completo (come poi in Unione Sovietica) di censura sulla stampa e razionamento alimentare. Il sistema fu ripetuto, sempre grazie ai consigli che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, anche nella guerra contro Hitler: l’organo pianificatore si chiamò War Production Board ed ebbe a capo una creatura di Baruch, Harry Hopkins. Anche allora fu di fatto abolito, senza dirlo, il libero mercato. La mano invisibile cara ad Adam Smith fu sostituita da un’altra mano invisibile, quella del piano e dei pianificatori, i commissari politici degli Usa, ultimi decisori della domanda e dell’offerta. In fondo, per i banchieri, liberismo o socialismo non fanno differenza: purché siano loro a controllarli, e a profittarne".
DUE CONSIDERAZIONI...DI CORSA: 1) L'ASPETTO FINANZIARIO è SEMPRE CORRELATO ALL'IDEA CHE I FINANZIERI HANNO DELLA POPOLAZIONE. IL FINANZIERE SFRUTTATORE è SEMPRE UNA PERSONA CHE CALCOLA SULLA BASE DI CONSIERAZIONI COMUNI. E QUINDI AGISCE CON INTENTI PALESEMENTE CRIMINALI. 2) BASTA CAMBIARE I PARAMETRI DI RIFERIMENTO, ( VEDI LA GERMANIA NAZISTA) E TUTTO CAMBIA. QUESTI CONCETTI SONO STATI TRA L'ALTRO ACQUISITI ANCHE DALLA SCIENZA POST QUANTISTICA. 3) LA MONETA-CARTA è CARTA. SOLO UNA CREDENZA DI CARATTERE DOGMATICO PUò FAR PENSARE CHE TALE MONETA ABBIA VALORE IN Sè. QUINDI è UN DOGMA IL CONCETTO DENARO COME VALORE., imposto dagli interessati al pubblico ignaro. Ne scriveva un prete, Padre Arrighini, nel libro: IL DIO QUATTRINO, edito nel 1939. 4) IL PROBLEMA sussiste solo tramite la PROPRIETA' della banca di emissione. E' la Banca di Emissione che, vendendomi il suo prodotto, lo valorizza ai miei occhi come valore unico. 5) E qui dovrebbe entrare in gioco la moneta complementare. Questa moneta, nel momento che circola e che viene accettata, dovrebbe far capire a chi è costretto ad utilizzarla, ( come ci ricorda il caso dei mini -assegni che circolarono in Italia), che si tratta semplicemente di un pezzaccio di carta privo di alcun valore, SALVO QUELLO CHE GLI ACCORDA IL CITTADINO CHE LO RICEVE IN CAMBIO DI SERVIZI, MERCI O LAVORO. Giorgio Vitali.