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Il corrosivo: Criterio ermeneutico transeunte della lingua architettese

5 minuti

Avendo sfidato l’arch. Giustino Vallese pubblicamente perché avesse l’opportunità di dimostrare ai teramani che sono io a sbagliarmi nel giudicare la pavimentazione del Corso di Teramo da lui progettata una “grande schifezza”, come io l’ho definita, ho cercato di documentarmi. Ho scoperto così che per capire il suo capolavoro e coglierne la grandezza avrei avuto bisogno di un criterio ermeneutico transeunte. L’ho capito da quello che ho letto, a partire dalla motivazione con quale una commissione internazionale ha spiegato perché il progetto di cui la pavimentazione del Corso era una parte importante era meritevole del primo premio e quindi doveva essere prescelto per l’aggiudicazione dei lavori. Adesso so che “il progetto offre chiaramente la definizione di una completa manovra alla scala urbana, individuando gli elementi delle strategie formali, le scelte delle tecnologie alla diverse scale, le diverse sequenze procedurali di realizzazione nel tempo, attraverso azioni sincroniche e diacroniche”. Altro merito è che “l’ipotesi del programma è in grado di innescare azioni future” e pazienza se la commissione ravvisa anche un difetto, ritenendo “meno significative le soluzioni relative alle ipotesi di arredo quali panche e box”. Vuoi mettere? Adesso almeno sappiamo perché è un grande progetto. Era di gran lunga più meritevole del secondo classificato, di cui la commissione dice che “propone un’articolata serie di soluzioni progettuali, tutte calibrate, ben fondate sulla realtà esistente dei luoghi e disponibili ad accogliere livelli funzionali di minimo impatto e di facile riconoscibilità”, ma presentava un difetto: “rispetto all’organizzazione complessa dello spazio, nell’obbiettivo di offrire una proposta progettuale concretamente realizzabile” il progetto assumeva un programma “eccessivamente realizzato”. E che cavolo!

Questo era limite insuperabile. Anche il terzo progetto classificato, pur segnalandosi “per avere eweweweeindividuato la struttura complessa dello spazio urbano disaggregandolo nelle interrelazioni tra i nuclei e immettendo soluzioni alternative di tecnologie eco-sostenibili”, purtroppo non le faceva risultare “sempre conformi all’idea iniziale, né organizzate per rete strutturale dell’intero tessuto.” Queste caratteristiche evidenziavano “un disegno generale di qualità”, ma non erano “supportate da realistiche previsioni di impegni di risorse e di conseguenti scelte tecnologiche”. Capperi! Non parliamo poi del progetto quarto classificato, che si segnalava per “la forte caratterizzazione concettuale e per la individuazione delle sequenze gerarchiche dello spazio urbano”, che tuttavia, pur avendo “grande riconoscibilità teorica e socio-urbanistica” non offriva “qualità sul piano della caratterizzazione fisica degli spazi della città” e perciò l’asse del corso diventava “un tracciato” che trasmetteva “segnali all’esterno” ma non era “lui stesso portatore di qualità”. Però, nonostante questo, sempre quarto era tra quasi 150 progetti partecipanti, capperi! Il quinto progetto si segnalava pure, “particolarmente per avere affrontato i diversi sub-sistemi che governano l’organizzazione dello spazio, focalizzando le aree di forza e di debolezza e di conseguenza riconoscendo criticità”. Peccato che “non sempre” a questi riconoscimenti di criticità corrispondevano “adeguate soluzioni progettuali, per esempio aver trascurato l’asse centrale di Corso San Giorgio”. Che era, guarda caso, proprio l’elemento principale del progetto, perché il Corso si doveva ripavimentare. E tu proprio quello trascuri? Beh, ma sempre il quinto posto toccava. Perché? Perché il progetto aveva un’altra qualità: recuperava “la totalità degli avvenimenti”. Peccato che poi la commissione fosse costretta a scrivere: “ma non li organizza a sistemi”. Ecco. Se li avesse organizzati a sistemi…

Il fatto è che l’architettese è una lingua raffinata, ma difficile, e per capirla non basta aver letto Hegel, Kant, Heidegger, Nietzsche… no… qui siamo su un livello linguistico assai più alto dei prolegomeni ad ogni metafisica futura, dei parerga e paralipomeni. I codici ermeneutici per decrittare il progetto Vallese e capirne tutta la grandezza devono essere transeunti, perché l’architetto-artista-poeta ci propone il superamento del sincronico (struttura) con il diacronico (infra-sttuttura) e ci vuole una particolare competenza logica nel capire le differenti tipologie di topos, che impieghino argumenta e/o entimema, equivalenti a ragionare per ossimori, trovare significati e metterli in ordine, trasformandoli poi in locuzioni. L’architettura si trasforma in questi artisti della parola in poesia, magari ermetica, ma poesia. Ce ne possiamo accorgere se riportiamo quanto scrivono non mettendo le parole una dopo l’altra, come si fa nella prosa, ma andando a capo ogni tanto, come si fa con i versi. Solo così, e grazie ad un criterio ermeneutico transeunte, possiamo capire la grandezza della pavimentazione del Corso. Prego pertanto chi ci passa di portare con sé questi versi vallesiani, servendosene come criterio illustrativo e interpretativo delle mattonelle di granito di Cresciano, però non ticinesi, ma cinesi (con l’abolizione del prefisso “ti”) sulle quali passa, cercando di dare un senso anche alle macchie di pisciate di cani che vede, da considerare come affreschi spazio-temporali, stante che per il progettista il Corso è un “sistema disponibile ad aggiornamenti continui”.

Viceversa,

i frammenti di vuoto

risultanti dalla trama urbana

permettono di destrutturare

la visione per poli,

scommettendo

su una strategia di porosità.

Altro che Ungaretti e Quasimodo! Questa è poesia da Premio Nobel.

PS. Nel prossimo corrosivo, servendomi del criterio ermeneutico transeunte, analizzerò nel dettaglio il GPV (Grande Progetto Vallese).

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Commenti

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Da premio Nobel!!!!!
Ho dovuto fare rifornimento di pannoloni del nonno per la risata che non accenna a placarsi.

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Gli unici "vuoti" visibili sono le voragini su cui rischiamo la vita ogni volta che camminiamo sul corso.
Ma scherziamo?
Antani, come se fosse antani, anche per il direttore.

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Grande Professore!!!
peró secondo il mio modesto parere manca nei giudizi un "come se fosse antani" che renderebbe il tutto comprensibile...
Cioé capiremmo che ci stanno propononendo una bella "supercazzola" con i soldi dei contribuenti.

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ad ognuno il proprio mestiere....tutti esperti del lavoro degli altri.

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Incomprensibile per il cittadino comune. Per giudicare io mi chiedo è solida e durevole?  È bella? Rispondo è una schifezza.

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Ma se aè transeunte, stu cazz d'olio o lu pisc se ne va o non se ne va s pass lu stracc?

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'azz, me cojoni. Quindi, da quello che ho capito, non è una "grande schifezza" ma una cagata pazzesca.

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per disprezzare l'ermeneutica dell'arte, non applicabile all'argomento in oggetto per palese mancanza di contenuti anche solo espressivi, si rilegga Bendetto Croce o Vassily Kandinsky; non se la prenda con personaggi mediocri, avvezzi a giustificare il proprio operato con l'interlocuzione auto referenziale, piuttosto con i filosofi che hanno fatto dell'ermeneutica e del sofisma un'arte

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Professo', qualunque linguaggio si utilizza " na schifezza è na schifezza".
Il problema è che tutto è relativo e qualcuno a cui il nuovo pavimento piace, purtroppo c'è.

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Per non parlare della camionata di riserve scaricata dall'impresa davanti agli uffici......!!!!
Avevo letto di 2 milioni di euri......
Altra tegola s'un cocce !!!!

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Prof. Elso! Lei è realmente meritevole di questo prefisso e del mo rispetto.

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....piena di architetti Teramo!!!

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Prof. Sono tornato a leggere il suo articolo, mi sono rivisto le foto simulative in 2D allegate all'articolo e mi sono chiesto se le ha brutalmente taroccate da Lei o sono state realmente fornite da qualche architetto, se fossero quelle le immagini con cui l'amm.ne comunale ha assegnato i lavori in atto mi sentirei male.

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che città di merda.

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Les jeux sont faits, rien ne va plus.