Salta al contenuto principale

Lettera Aperta. "Mio padre ci ha lasciati il 17 marzo 2021 alle ore 13:17..." chi risponde a queste domande?

di Giancarlo Falconi
9 minuti

LETTERA APERTA

Scrivo perché, a poco più di un mese di distanza dalla perdita del mio papà, sono in grado di ricordare il susseguirsi degli eventi che abbiamo vissuto. A poco più di un mese di distanza sono in grado di pormi e porre alcune domande. Prime fra tutte: ci sono state decisioni prese avventatamente? Ci sono state azioni e decisioni che potevano essere prese e che non sono state messe in atto da quanti, per ruolo e competenza, avrebbero potuto e, grazie alle quali, mio padre, probabilmente, sarebbe ancora qui con noi, circondato dal nostro affetto e accudito dal nostro amore?

Questi dubbi sulle non azioni, le non decisioni e le condotte sbrigative hanno procurato in me la totale mancanza di fiducia in alcune figure mediche professionali incontrate e, in generale, sulle procedure stabilite per le cure domiciliari Covid, nonché per quelle ospedaliere, che sembrerebbero ancora più fallibili quando a subirle sia un paziente anziano e per giunta fragile, come mio padre.

Non provo rabbia, non provo rancore, piuttosto provo quel sentimento generato dal senso profondo di una giustizia tradita. Senso di giustizia radicato nella mia anima e a me trasmesso con l'esempio di vita proprio da quel padre che ora non c'è più, egli stesso tradito e mal ripagato da un'esistenza dedita al sacrificio di una operosità generosa, volutamente e scientemente onesta.

Non ce l'ho con nessuno, proprio perché sono convinta che, alla fine, ciascuno di noi si trovi inevitabilmente, in un momento del proprio percorso di vita, a fare i conti con la sua coscienza e a porsi domande sulla possibilità della superficialità delle sue azioni e, a dirla bene, anche sui suoi errori. E questo credo che sia già abbastanza per noi tutti.

Voglio però rivolgermi in particolar modo a voi, medici di famiglia, medici USCA, medici ospedalieri dei reparti Covid e di altre strutture dedicate a questa maledetta pandemia e, ancora, mi rivolgo a tutto il personale sanitario impegnato nelle cure domiciliari di qualunque città sul nostro territorio nazionale ma, soprattutto, del territorio a cui appartengo e dove i miei genitori risiedono e sono stati ricoverati.

Vi scrivo consapevole che le affermazioni che seguiranno siano già parte integrante del vostro essere persona e del vostro essere operatori sanitari ma, nonostante questo, ci tengo a ricordare a tutti che ciascuna vita è importante e, in virtù di questo, che possiate operare le vostre scelte considerando sempre di incommensurabile valore sia le vite che aspettano a casa cure adeguate sia quelle distese su ciascun letto nelle stanze di tutti gli ospedali.

Quelle vite sono preziose di per se stesse e ancora più preziose per i loro affetti; affetti che con ansia, angoscia, disperazione, speranza hanno atteso e attendono ancora oggi, ogni giorno, ogni secondo della giornata, restando incollati allo schermo di un cellulare, notizie, videochiamate, telefonate, parole di incoraggiamento e ne attendono il ritorno a casa.

Quelle vite hanno una storia, hanno un significato: sono padri, madri, nonni, nonne...

Potrebbero essere i vostri padri, madri, nonni, nonne...

Scrivo perché possiate sempre e fortemente considerarle tali e, proprio in virtù di questo, possiate sempre impegnarvi amorevolmente, alacremente, professionalmente, umanamente a prestare loro tutte le cure necessarie senza lasciare niente di intentato, senza lasciare nulla al caso e al tempo.

Sì...al tempo.

Perché il tempo, come per ogni evento della vita, ha giocato un ruolo decisivo in questa nostra storia.

Per questioni di tempo si vive o si muore.

E, secondo me, per questioni di tempo, mio padre non ha più fatto ritorno a casa.

E qui le altre domande:

1 - I medici di famiglia dovrebbero visitare a casa i propri pazienti?

O dovrebbero solo sentirli per messaggio o per telefono, monitorando parametri (saturazione/frequenza e temperatura) e somministrando terapie? Senza una visita accurata potrebbe una terapia rivelarsi inefficace e, quindi, una perdita di TEMPO?

2 - I medici USCA dovrebbero limitarsi alla rilevazione telefonica dei parametri (saturazione/frequenza e temperatura) due/tre giorni a settimana o anche tutti i giorni?

O dovrebbero visitare gli ammalati a domicilio, auscultando loro i polmoni e monitorando il progredire della malattia quotidianamente per non far trascorrere TEMPO inutile?

3 - Dai reparti COVID, i pazienti dovrebbero essere curati fino al superamento completo dei sintomi? O dovrebbero essere dimessi prima del TEMPO perché, presumibilmente, occorrono i posti letto?

4 - Le altre strutture dedicate dovrebbero essere dotate di adeguate strumentazioni diagnostiche in modo da monitorare accuratamente i pazienti? O dovrebbero esserne prive rendendo le azioni del personale sanitario, pur professionalmente preparato e umanamente attento, difficoltose nel rilevare puntualmente il decorso della malattia e così accorgersi di eventuali repentini cambiamenti, a cui il Covid è purtroppo soggetto, e poter intervenire per TEMPO?

5 - In un letto di pronto soccorso di ospedale, un paziente può essere lasciato 17 ore, e perciò per troppo TEMPO, senza essere trasferito in reparto sempre per mancanza di posti letto? O, dopo gli accertamenti necessari, dovrebbe entrare nel reparto più adeguato per ricevere cure specifiche, mirate ed idonee?

Salvare una vita è questione di TEMPO, dunque.

Dal mio punto di vista, per mio padre il fattore TEMPO ha avuto un ruolo di importanza fondamentale.

È proprio il fattore TEMPO, che potrebbe essere stato mal interpretato, valutato, considerato, che non ha permesso interventi immediati ed efficaci? È proprio questo TEMPO una delle cause principali della sua scomparsa?

Mio padre ci ha lasciati.

Mio padre ci ha lasciati ed è stato a sua volta lasciato senza la possibilità di una nostra parola di conforto, senza poterci vedere, senza poterci salutare.

Ma voglio essere più precisa e oggettiva possibile:

ci ha lasciati dopo aver trascorso momenti drammatici che si sono succeduti dal 23 febbraio al 2 marzo con la cosiddetta "vigilanza attiva" (con antibiotico per i primi tre giorni, cortisone e antipiretico) e ossigenoterapia prescritta dal 1 marzo da 2lt a 4lt con nuova somministrazione di antibiotico e aumentato dosaggio del cortisone;

dal 2 marzo al 13 marzo in ospedale con diagnosi di polmonite interstiziale acuta con ossigenoterapia a 15/20 lt,

trasferito, ancora positivo, per riferito superamento della fase acuta con TAC riferita molto migliorata, con ossigenoterapia a 2/4 lt il 13 marzo in una RSA; portato da qui, di emergenza, al Pronto Soccorso il 16 marzo alle ore 18 circa per riferite complicanze cardiache, fibrillazioni, dove è rimasto fino al 17 marzo alle ore 13:17, ora del suo decesso.

Mio padre è morto SOLO in un letto di un pronto soccorso.

Ricordo con disperazione l'ultima delle tante telefonate fatte al centralino e al PS, in cui una dottoressa, alle ore 23:30 circa, alla mia richiesta di ricontattarla per avere notizie, date le riferite condizioni respiratorie disperate e pessime di mio padre confermate dalla TAC fatta quel giorno, in cui si rilevava la riferita presenza di molti focolai di polmonite interstiziale sparsi e aree già atrofizzate, ritornato a 20 lt di ossigeno, mi ha bruscamente risposto: "E ma stanotte non chiami però, ci sentiamo domani mattina" e di mia iniziativa, con un'angoscia indescrivibile, le ho lasciato i miei recapiti telefonici pregando poi tutta la notte di non sentir squillare il telefono, divorata dal pensiero di mio padre e della sua assoluta solitudine.

Qualcuno, più di uno, mi ha detto che devo considerarmi fortunata perché la mamma è tornata a casa, e questo è vero , e una persona, a me molto cara, mi ha detto che devo ringraziare quanti invece si sono rapportati con noi e con i miei genitori con gentilezza e umanità, quanti li hanno assistiti e curati amorevolmente, quanti ci hanno dato notizie sopportando le nostre continue chiamate in reparto o le nostre continue incursioni all'esterno della RSA, quanti ci hanno sostenuto e confortato, le psicologhe in servizio nei reparti dove i miei sono stati ricoverati, rivelatesi uno dei pochissimi autentici barlumi di speranza e umanità,

e quanti ci hanno permesso di parlare con i miei genitori quasi tutti i giorni nella RSA.

Si, è vero, a tutti loro devo dire GRAZIE e lo faccio con il cuore.

Ma questi tragici avvenimenti, a me e a tutta la mia famiglia, ci hanno segnati profondamente per sempre.

Il mio pensiero torna ogni giorno, inevitabilmente, incessantemente, disperatamente, al mio papà e alle molte domande che ho qui condiviso.

Mio padre ci ha lasciati il 17 marzo 2021 alle ore 13:17, SOLO in un letto di un Pronto Soccorso di ospedale ed io, a distanza di poco più di un mese dalla sua scomparsa, sono qui ancora sospesa a chiedermi il perché e ad attendere delle risposte che, probabilmente, non arriveranno mai.

A mio padre, con amore infinito


Loredana Towanda Lucantoni

Commenta

Commenti

La comprendo e mi unisco al suo dolore, lettera molto bella e soprattutto scritta con molta umiltà e civiltà, che, forse, i responsabili non meritano.
Se crede che qualcosa non sia stato fatto in maniera giusta non si limiti solo a scrivere lettere ma vada avanti legalmente, chi ha sbagliato paghi. La saluto e le porgo le mie sentite condoglianze.

Loredana,
non credo che avrà mai una risposta purtroppo per la scomparsa del suo amato papa'.
Chi sta scrivendo ha vissuto nel gennaio scorso questa vicenda,che ci ha coinvolti in.sei in.famiglia e nello stesso periodo.
Noi non abbiamo mai ricevuto telefonate dal centro Covid della,ASL teramana,né tanto meno dai.ne dici delle USCA,da nessuno.Non ci hanno mai chiesto le nostre saturazioni,non ci hanno mai visitato,non ci hanno mai monitorato neanche per un soli giorno,nessuna prescrizioni mediche per la cura del Covid.
Solo grazie alla mia testardaggine e perseveranza, ed alla possibilità di poterci permettere tamponi rapidi e molecolari eseguiti privatamente a cassa ed nella. stessa mattinata di metar gennaio,siamo riusciti a bloccare ed evitare che il virus potesse aggredirci pesantemente.
Grazie alla collaborazione ,ai consigli.ed al monitoraggio quotidiano telefonico e frequente del.nostro medico di famiglia,grazie ad amici e parenti medici,ed alla nostra volontà di guarire,siamo riusciti in soli 15/20 giorni a guarire e tornare negativi.Ma soprattutto siamo.riusciti,ad evitare nei momenti critici.il.ricovero in ospedale di almeno uno.o due di noi.Gli unici contatti telefonici ricevuti ed
anche inopportuni e fastidiosi a volte,da cui traspariva la mancanza di.informazioni,.e l'approssimazione da parte di chi ci poneva inutili domande,sono stati nei primi tre giorni.
Nessuno che ci avesse chiesto come stavamo,nessuno che ci avesse chiesto informazioni sulle persone con cui avevamo avuto contatti.per consentire il tanto pubblicizzato tracciamento.
Ma di cosa parliamo?Loredana condivido il.suo folorer,le sue perplessità,na nessuno mai.le risponderà......n

Sig.ra Loredana, profondamente dispiaciuta per quanto accaduto al suo papà, mi preme però sottolineare anche il sacrificio di tanti operatori sanitari che stanno dedicando, ormai da più di un anno, quotidianamente, la propria vita anche perdendola, per combattere questa pandemia, senza tutele, con un  organico sottodimensionato e un  numero di posti letto disponibili inferiore rispetto al numero dei contagiati; per questo gli operatori sanitari, i medici, gli infermieri, ci hanno chiesto  di rimanere a casa e rispettare tutte le misure di prevenzione, ma purtroppo Signora Loredana, nonostante il massimo impegno di noi cittadini, nei luoghi dove spesso i familiari di un soggetto fragile lavorano, e nei quali vengono attuate  tutte le procedure in modo rigoroso, queste misure si dimostrano insufficienti e la loro applicazione a volte risulta priva di senso di coscienza e di tutela nei confronti di chi frequenta quell’ambiente, causando spesso la diffusione del contagio sia degli utenti che dei loro familiari (e anche lì, purtroppo, qualcuno  ci ha rimesso la vita...)

Io spero che sia fatta giustizia. Occorre denunciare affinché qualcosa cambi, le cure esistono e vanno applicate tempestivamente, e chi, per inerzia, ignoranza dei giusti protocolli o altro, non agisce, deve pagare. Condoglianze vivissime.

1) a breve verrà fatta una salvaguardia per medici e pokitici per tutelarli per errori ed imperizia( che ad un ingegnere costerebbe carcere e radiazione dall albo se oer imperizia ci scappa il morto).La stessa salvaguardia data ai medici vaccinatori di cui non cspisco la necessità visto che a detta loro si ha 1trombosi su 1mln di persone..quindi al massino una quarsntina per tutta la popolazione italiana...maxsuano sicuri siano numeri giusti.?
2) A casa la prima cura è l eparina bpm che impedisce la firmaxione di trombi e va data come profilassi ammeno di essere in paziente scoagulato( ma questo lo sa il medico curante.L eparina bpm viene data anche a molte donne incinte quindi è un farmaco ben tollerato
3) il protocollo Remuzzi ( capo del Mario Negri) prevede di dare antinfiammatori come nimesukide a diose doppia o celecoxib da subito.
Cmq senza eparina si creano trombi e poi gli alveoli muoiono ...usare eparina con trombi gia formati è inutile e l l'ossigeno ad alta pressione rompe gli alveoli andati in trombosi.In caso di trombi gia formati perche non si è usata da subito eparina non rimane che provare a sciogliere i trombi con urochinasi prima che l alveolo trombotixzato muoia se non lo si fa in tempo è tutto inutile.Un farmaco che ba usato per sfiammare i polmoni è il tocilizumab metodica Ascierto( one shot) il cortisone spesso non riesco. Tutti wuesti tentativi vanno fatti ad orolegeria e simultaemamente in quanto l infiammazione i trombi la necrosi viaggiamo molto velocemente. Quindi se si incontrano le 9ersone giuste si sopravvive se no no ma la terapia domicilisre con antinfiammatorio( no fans no tachipirima ma solo inibitori cox2) ed eparina è essenzisle...se poi si spets nel medico ďi base o negli usca allora si fa ina brutta fine...parlo per esoerienza personale e di molti conoscenti..sltrimenti non avremmo lo stesso tasso percentiale di decessi per mln di abitanti di India Brasile Messico...

Dissento, la morte di un genitore provoca un dolore profondo, intimo, personale, unico e duraturo. Bisogna saper accettare gli eventi.
La ricerca di responsabilità esterne non appaga distrae, non ha alcuna importanza.
Non si torna indietro

Io penso che molti medici si sono dimenticati del giuramento di Ippocrate! Se nn sono in grado di comunicare con un paziente o un familiare perché non cambiano lavoro? Mah.....