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Il Corrosivo: “Mi chiedo solo: che ci fai ancora là?

5 minuti

A commento di un post in cui mi sono lamentato ancora una volta di Teramo e dei teramani, quasi da straniero in patria, mio fratello, che Teramo l’ha lasciata, mi scrive dal nord dell’Italia, anzi dalla Sabaudia: “Mi chiedo solo: che ci fai ancora là? Ma va via, abbandona quel letamaio”.
Ecco che mi viene in mente un antico ricordo, antiche letture di antichi personaggi dell’antichità (ho reiterato il lemma “antico” volutamente) che si scambiavano lettere, almeno stando alla tradizione, non suffragata al cento per cento dai filologi e dagli storici, essendo assai frequente la necessità di anteporre il termine “pseudo” a molti autori di testi e a molti testi (pseudo-Aristotele, pseudo-Platone, pseudo-Annassimene, pseudo-Pitagora”).trtrtrt
Sono note soprattutto due lettere, una di Anassimene a Pitagora e una, di risposta forse, di Pitagora ad Anassimene, sul tema dell’abbandono della propria città per andare a trovare più felicità (o benessere? o tranquillità?) altrove. Nella prima, Anassimene si compiace con Pitagora per la sua scelta di lasciare la sua patria, Samo, e di essersi trasferito a Crotone, dove vive in pace, viene rispettato, anzi osannato da tutti, e riceve ammiratori che arrivano perfino dalla Sicilia. Questo è il testo:

Lettera di Anassimene a Pitagora

Tu sei stato più saggio di noi, avendo migrato da Samo a Crotone, dove vivi in pace, mentre qui i figli degli Aiacei compiono nefandezze e Mileto non si trova mai senza tiranni. Il temibile re dei Medi è causa di ulteriore terrore per noi, e noi non vogliamo essere assoggettati ai suoi tributi. Gli Ioni sono destinati a fare la guerra ai Medi per difendere la libertà comune ed una volta in guerra non avremo più speranza di salvezza. E come potrebbe Anassimene studiare ancora a lungo i cieli e nella paura di dover sopportare la distruzione oppure la schiavitù? Una volta in guerra non avremo più speranza di salvezza. Tu invece hai trovato il favore dei crotonesi e degli altri Greci che sono in Italia, mentre i tuoi ammiratori vengono persino dalla Sicilia.

Pitagora risponde ad Anassimene, nella lettera che gli viene attribuita, spiegando che, se da una città se ne vanno i figli migliori, pensando solo a se stessi, che accadrà alla patria, alla quale è pur bello pensare, altrettanto che pensare a dedicarsi alla propria ricerca filosofica? Che accadrà alla città se i migliori se ne andranno? Resteranno i peggiori e sarà anche peggio e l’ordine sarà perduto per sempre, definitivamente. Ecco il testo della risposta di Pitagora.

Pitagora ad Anassimene.

Anche tu, ottimo, se non fossi superiore a Pitagora per nobiltà e per gloria, te ne saresti andato da Mileto; ora ti trattiene la fama dei tuoi antenati, che avrebbe convinto anche me a restare, se fossi simile ad Anassimene. Se voi, che siete utilissimi, abbandonerete le città, esse perderanno il loro ordine e più minacciosa per loro diventerà la potenza dei Medi. Non sempre è buona cosa occuparsi dei fenomeni celesti, ma è anche bello occuparsi della patria. Anch’io non mi dedico soltanto alle mie speculazioni, ma partecipo anche alle guerre che oppongono tra loro gli Italioti.

Sarà bene specificare che il termine “speculazioni” sottintende l’aggettivo “filosofiche” e che il termine “guerre” comprende anche il significato di “lotte politiche”. Alla luce di questa specificazione, il dilemma è assai più comprensibile. Mileto e Samo sono rispettivamente la patria di Anassimene e di Pitagora. Il secondo si rammarica tacitamente di aver abbandonato la sua, e ammette di aver trovato nella città in cui si è trasferito, Crotone, una seconda patria, alle cui vicende partecipa. Invita nel contempo Anassimene a partecipare a quelle della sua patria, che non ha abbandonato e lo invita ad non abbandonarla, perché, se ne vanno i migliori, che potranno fare per essa quelli che restano, cioè i peggiori?

Il dilemma vale anche per noi teramani. Molti se ne sono andati in cerca di migliori e più favorevoli opportunità, molti hanno deciso di restare “nel letamaio” che è diventata Teramo. Per colpa? Per dolo? Per scelta obbligata? Per scelta libera? Io ho deciso, dopo un certo andare su e giù per la penisola, di tornare e restare, perché sono come un albero con le radici troppo profondamente conficcate nel terreno, rassegnato a vedersi portare via dai venti dell’autunno le foglie dai rami più alti, fino a quando non sarà tutto ricoperto dalla neve dell’inverno, che spezzerà con il suo greve peso i rami secchi rimasti.

 

“Ora la mia patria è dove si vive”

geme colui che non ha più radici,

si trascina ramingo e sopravvive

in contrade per lui certo non felici.

 

Io che ho i piedi radicati

su questa terra arida e petrosa,

da cui i miei germogli sono nati

e tutti i petali della mia rosa,

 

sto, come una pianta al vento

esposta, alla pioggia e all’arsura;

la mia chioma, querulo lamento,

 

danza o ristà al triste risuono

di un richiamo che è una tortura,

di un tormento senza mai perdono.

 

 

 

 

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Commenti

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Egregio Professore,
IO NON CI STO!!!
Non accetto da nessuno e per nessuno motivo sentire chiamare TERAMO, la nostra Teramo “LETAMAIO”.

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Non sempre l'erba del vicino è più verde...

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Professore ti amo!

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Caro Professore, ancora una volta analisi lucida e perfetta. Anche mio figlio è andato via non per volontà ma per necessità e addirittura all'estero perché quest'Italia della buona scuola non ha posto per i nostri laureati. Per rimanere in tema e nel ringraziarLa per essere rimasto, perché se le giovani menti migliori DEVONO andare via per sopravvivere è bello che chi come Lei ha a cuore Teramo rimanga. Sono sicuro che sarebbe un degno Direttore del Museo Teramano e degli Scavi Archeologici Teramani.

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È un letamaio !!!!! È un cesso !!!! È pericolosa !!!!!! oppure lei vive in un'altra TERAMO ?
Ecco perché precedentemente ho proposto cartelloni 6x3 con foto dello stato di fatto in cui si trova TERAMO adesso , per gente che non vede in che fogna viviamo PUNTO

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Gentile Manero il fratello del Professore ha avuto la delicatezza di utilizzare un eufemismo per definire la nostra città. Teramo è molto peggio di un letamaio, il letame è utile, svolge una funzione importantissima in agricoltura....

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Si.
Teramo è ridotta ad un letamaio.
L'unico vantaggio rispetto ad una grande città sono le distanze e la vita a dimensione umana.
Ma negli ultimi anni la città ha perso la quasi totalità dei suoi pregi.
Ed il degrado è a livelli incredibili.
Come nella maggior parte del resto d'Italia.
Manero, ma lei gira un poco il mondo?
Io sono andato via e quando torno mi si stringe il cuore.
Caro Simon Soel, mi sento come Cesare Pavese.

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x tutti, se teramo è un letamaio non è certo colpa di quelli di campli, torricella giulianova ecc. ecc...

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Manero: Lei puo' anche non accettare ma la rappresntazione del prof.Serpentini e' in aderenza con la realta' sotto gli occhi di tutti.Comprendo il Suo dolore , che e' pure il mio, nel vedere accostata la nostra citta' ad un rifiuto organico.Sic stantibus rebus- mi perdoni il latinismo- tocca solo a noi innamorarci della nostra citta' , reagire e non continuare ad appiattirci su polemiche riguardanti accettazione o non accettazione di giudizi ritenuti offensivi perche' esse ,purtroppo, fanno parte del dna del teramano medio ed hanno contribuito alla situazione di estremo degrado dinanzi agli occhi di tutti. Questa citta' dobbiamo amarla.

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Lasciai la mia adorata città per lavoro.
Dopo tanti anni, presa dalla nostalgia, chiesi assegnazione provvisoria nella mia Teramo... evidentemente nei lunghi anni di assenza, avevo idealizzato la mia città...
Mi accorsi subito che ormai, essendo abituata a qualcosa di diverso, non mi sentivo più teramana. Soffrivo nel vedere gente bifolca anche negli ambienti culturali... auto strombazzanti, strade invase da immondizia e "signori" che suonano il clacson appena scatta il verde al semaforo. "Africa" pensai...
Cara, bella Teramo... non eri quella alla quale ero assuefatta. Ti lascia di nuovo per non far più ritorno.