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Il Libro...I Conti con la Storia

5 minuti

I Conti con la Storia dello storico e saggista Paolo Mieli, è un libro che raccoglie recensioni e saggi storici pubblicati sul Corriere della Sera. Racconta interventi e riflessioni che spaziano per tutto il corso della storia da quella Antica, al medioevo, all’età moderna fino al tratto contemporaneo.
Mieli ha compiuto gli studi a Roma alla Facoltà di Storia Moderna con una tesi sul fascismo sotto la guida di Renzo De felice, al cui fianco, negli anni settanta, ha svolto un' intensa attività didattica. 

Il suo metodo storiografico consiste nell’analizzare i fatti nei minimi particolari, così da scorgere aspetti che altrimenti non sarebbero emersi.
Un continuum che non si limita alla superficie delle cose.
Mieli esamina le versioni ufficiali dei fatti, si pone delle domande, va alla ricerca dei conti che non tornano.
I dubbi come fonte di ispirazione.
Il suo è un approccio alla storia di tipo giornalistico e revisionista.
Lo storico non può accettare passivamente i risultati a cui è pervenuta la storiografia precedente, egli ha il compito di vagliare accuratamente le ricostruzioni dei fatti e di reinterpretare continuamente questi ultimi alla luce della scoperta di una nuova documentazione.

La storia va esaminata nella sua interezza, in tutte le sue versioni, quelle dei vincitori e quelle dei vinti, bisogna interrogarsi sugli aspetti oscuri e contradditori e liberarsi dalle divulgazioni tradizionali.
"I Conti con la Storia" ha diversi fili conduttori e una delle chiavi di lettura è contenuta nel sottotitolo “per capire il nostro tempo”.
La storia, secondo Mieli, è ncessaria per intendere anche il presente.
Rileggerla serve  per riuscire ad individuare un metodo scientifico, studiare le vicende del passato anche molto lontane da noi può servire a comprendere meglio i meccanismi della vita pubblica, della politica, dell’economia, anche nel tempo presente. 

Un altro filo conduttore che sembra contraddire il primo è quello che alla storia bisogna guardare staccandosi dalle passioni che l’hanno animata,anzi in certi casi può essere opportuno dimenticare. I cosiddetti patti dell’oblio. Il più noto è quello della Spagna quando alla caduta del regime franchista gli eredi di quelle che erano state le parti che si erano affrontate nella guerra civile, decisero di non risollevare le ferite, che questo Paese aveva subito durante la terribile guerra civile.
In realtà, ci spiega Mieli, che di patti dell’oblio ce ne sono stati tanti per esempio anche ad Atene, dopo la vicenda tragica della sconfitta della guerra del Peloponneso e della dittatura dei trenta tiranni, si decise di non rivangare l’immediato passato altrimenti le tensioni sarebbero state tali da compromettere la convivenza civile nella città.

Qual è l’equilibrio tra l’importanza del ricordare la storia per trarne degli insegnamenti e la necessità di non riaprire ferite sanguinose che poi possono creare delle tensioni pericolose per la convivenza?
La contraddizione tra le due cose è solo apparente.

L’oblio non è dimenticare per sempre una vicenda.
L’oblio è un momento nella mitologia molto particolare in cui si purga il passato dalle passioni, lo si conosce per una sorta di abreazione.
E’ la capacità di selezionare i ricordi in modo da eliminare le tossine e lasciare ciò che ci serve per sopravvivere.
Il passato va ricordato nella sua integrità, ma per vivere dobbiamo selezionare la nostra memoria, che è strettamente intrecciata con l’oblio.

Un altra questione che Paolo Mieli affronta è l’uso politico della storia.
Il fenomeno dell’uso politico della storia nel 900 è giunto all’esasperazione soprattutto attraverso le grandi ideologie nella storia d’Europa ed in particolar modo in Italia.
E’ un modo di far tornare i conti per poter dire che le ragioni erano tutte da una parte e i torti dall’altra.

I  Conti con la Storia viene suddiviso dall'autore in tre parti.
La memoria divisa, falsi e menzogne della storia, memoria italiana.
Un percorso avvincente in cui si inseguono aneddoti curiosi su fatti e personaggi di epoche diverse.
Si parla della moderna immoralità Pericle, delle contraddizioni di Costantino, della ferocia di Calvino contro gli eretici, di Tocqueville che fu un colonialista. Apprendiamo che quella di Giuda fu una scelta economica e che il drammaturgo Roberto Bracco fu uno dei pochi intellettuali a rifiutare i soldi di Mussolini.

Il saggio storico di Paolo Mieli è un viaggio coraggioso e appassionato nella memoria intermittente.
Il lettore segue l'autore in un percorso senza sosta dove si è obbligati per la comprensione a spogliarsi di tutti quei facili pregiudizi, di quei retaggi culturali, di quelle presuntuose e scolastiche convinzioni per “ritrovare una base comune da cui avventurarci nella ricerca sul passato”.

Greta Salve Merlini.


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Commenti

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Un bravo professionista nel suo campo, ma strenuo difensore e portavoce del "libero" mercato capitalistico, generatore di miserie sociali e di crisi economiche planetarie. Da prendere con le pinze quando racconta la storia dell'ultimo secolo. Non avrebbe mai diretto La Stampa e il Corriere della Sera, se non avesse goduto della fiducia dei potentati economici proprietari di quei giornali.
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Non credo. Non fa sconti a nessuno quando fa analisi storiche, anche quando riguardano la sua area politica, è uno dei pochi. Un giornale senza un editore non può esistere e Paolo Mieli è stato scelto per il talento
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Cara Greta, gli editori scelgono direttori soprattutto compiacenti, o almeno in linea con le collocazioni politiche dei giornali o delle tv. Meglio se bravi ovviamente, ma pur sempre allineati e coperti. Potrei citare quasi tutte le testate nazionali, ma basterebbe guardare l'informazione locale. Ne vedi qualcuna indipendente? Ho seguito Mieli in alcune puntate andate in onda su rai3, dedicate alla sconfitta del nazifascismo. Il ruolo dell'Unione Sovietica, ad esempio, è apparso marginale, secondario, quasi ininfluente. A prescindere dalle valutazioni su quel sistema politico, dovresti sapere anche tu che le cose sono andate come Mieli non le ha raccontate. Che poi, all'interno delle compatibilità stabilite dall'editore, egli riesca a spaccare il capello in 4 e a non fare sconti... non attenua la mia diffidenza nei suoi confronti. PS Giancarlo Falconi non viene preso in considerazione dagli editori locali. Perchè non ha talento, oppure per la sua indipendenza politica e intellettuale?
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Caro diffidente,i direttori di giornale hanno sempre influenzato la politica solo che l'hanno fatto in maniera obliqua,facendo pendere i giornali dalla loro parte. Paolo Mieli usò per primo un metodo praticato già dal mondo anglosassone,un modo di essere più espliciti e che desse conto meglio della parte per cui avevano dichiarato di non votare. Un giornale per esistere ha bisogno di un editore di qualcuno che finanzi le ricerche eventuali che un giornalista deve fare e, non ci trovo nulla di strano. Per avere un idea globale di quello che accade e formarsi un giudizio critico,basta leggere diverse testate. L’informazione locale non può essere paragonata a quella nazionale, il localismo varia a seconda della cultura e spesso piccole redazioni sono più prone ai potentati per forza di cose. E’ chiaro che un giornalista o come anche un blogger presta un servizio, per prestare quel servizio ha bisogno di essere retribuito, l’indipendenza ha come primo scoglio questa problematica economica che non è secondaria. Riguardo al Nazifascismo e la caduta, non so a quali interventi di Paolo Mieli lei si riferisca, probabilmente a Correva l’Anno, la trasmissione di storia da lui curata e condotta. Non ho ben capito cosa lei vuole dire, non mi risulta che sia stata data poca importanza all’Unione Sovietica, dovrebbe specificare meglio cosa intende con “le cose non sono andate come Mieli le ha raccontate” e allora posso risponderle e ben volentieri. Su Falconi…lo considero un blogger di altissimo livello e seguo tutte le sue inchieste,con grande stima ed interesse o avrei scritto altrove e non sul suo blog. Se non viene preso in considerazione da editori locali è perché qui,in questa regione, ma come anche altrove, il talento viene messo da parte, poiché spaventa. Si tende a voler mantenere con forza le proprie convinzioni e voler veicolare per forza alcune idee, se Falconi non si presta fa più che bene e non credo che gli siano mancate delle offerte. La sua diffidenza mi lascia perplessa …ad ogni modo, interessante conversazione.
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420 PAGGINE DI FATTI , DI SOSPETTI SUI FATTI E PETTEGOLEZZI INDECENTI sono un po' troppi per i miei gusti....e poi, il dott. Mieli può scrivere ciò che vuole, ma il suo grande problema sta nell'essere l' emblema, l'uomo simbolo che evoca la SpA RCS MEDIA GROUP, per esteso Rizzoli Corriere della Sera. Quindi Paolo Mieli è il simbolo dei poteri fortissimi anzi dei superpoteri , le metastasi, quasi irreversibili, che deturpano il nostro "bel paese", l'uomo Bilderberg! Com'è, quindi, possibile condividere con questo uomo la storia; perché " i conti con la storia " non sono mai semplici e come gli esami .....non finiscono mai! non posso, di conseguenza, non nutrire seri dubbi sulla neutralità di certi " storici " in particolare........Honi soit qui mal y pense.
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Greta, mi scuso per aver letto in ritardo il tuo ultimo commento. Ringrazio Aznavour che mi ha riportato sull'articolo. Quello che nemmeno Mieli dice della seconda guerra mondiale è l'indifferenza interessata, il calcolo delle potenze capitalistiche (Inghilterra e Stati Uniti), che diedero mano libera a Hitler nel suo tentativo di espandere il dominio nazista sull'intero continente europeo. Solo quando iniziò la controffensiva dell'esercito sovietico, con l'armata rossa che puntava dritta su Berlino, la santa alleanza occidentale decise di intervenire per evitare che le bandiere rosse diventassero più numerose dei papaveri. Ci è andata bene? Speriamo, ma non si può ancora dire, chissà. Se invece i nazisti avessero sconfitto l'Urss?... Si ricordano, giustamente, i milioni di ebrei sterminati dai nazisti, non si ricordano i 20 milioni di sovietici trucidati dalla stessa belva. Paolo Mieli è, credo, una persona onesta, un ottimo studioso e professionista. Non è un rivoluzionario e nemmeno di sinistra, oggi più o meno renziano. Per me che penso sia necessario subordinare il mercato agli interessi di donne, uomini e ambiente, una certa diffidenza è d'obbligo. A Teramo, come altrove, spaventa la libertà del talento e le redazioni prone ai potentati non mancano nemmeno fra le testate nazionali. Una "libera" informazione a mio parere non dovrebbe dipendere economicamente dai potentati economici, che siano locali, nazionali o mondiali. Un saluto cordiale.