L'Abruzzo, il Biogas e il ratto del Parmigiano.

22
luglio
2014

Il biogas da imputato alla gogna.

Al via la maxi inchiesta condotta dai Nas di Parma e che ha portato al sequestro di più di 2400 forme di Parmigiano-Reggiano.
Dalle prime indiscrezioni sembra infatti che ci sia stato  il ritrovamento nel latte con cui si produceva il formaggio, di una tossina proveniente da mais risultato contaminato, si parla di aflatossina.
Esiste quindi un legame tra latte contaminato e proliferazione di centrali Biogas nella regione?

Le polemiche imperversano.

In Emila Romagna intanto è allarme: sembra infatti che la presenza troppo numerosa di centrali biogas coadiuvata dalla loro mala gestione, possono aver determinato un incremento eccessivo di sostanze nocive nei campi. Sarà così?

Ma ….cos’è il biogas?

Con il termine biogas si intende una miscela di vari tipi di gas, costituita prevalentemente da metano (almeno il 50%) ed anidride carbonica. Si origina da fermentazione batterica prodotta in condizioni di assenza di ossigeno (anaerobiosi) dei residui di materiale organico di origine vegetale ed animale.

Il Dlgs 28/2011 parla di “gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas” a seconda dell’origine e modalità di fermentazione. In effetti tutti i tre tipi di gas indicati sono dei biogas, ma la loro elencazione separata nella normativa richiamata mette in evidenza la molteplicità di matrici organiche da cui il biogas può essere prodotto: rifiuti conferiti in discarica  ovvero frazione organica dei rifiuti urbani (FORSU), fanghi di depurazione, deiezioni animali, scarti di macellazione, scarti organici agro-industriali, residui colturali, colture energetiche.

Cosa comporta la produzione di Biogas?

Vi presentiamo il digestato, ovvero, il principale rifiuto prodotto da un impianto biogas. Non essendo disponibile una definizione ufficiale di tale composto, è difficile riuscire a definirne delle caratteristiche univoche tali da consentirne la gestione senza dare adito a dubbi. In particolare il fatto che un impianto di digestione anaerobica possa essere alimentato sia con biomasse vergini che con altri prodotti catalogabili come rifiuto rende molto “soggettiva” la definizione merceologica del principale rifiuto prodotto dall’impianto. Quest’ultimo infatti può essere catalogato, e quindi gestito di conseguenza, come refluo zootecnico o come rifiuto vero e proprio.

In particolare si segnala il DM 7/4/06 che, recependo la normativa europea in materia di gestione dei reflui zootecnici soprattutto alla luce dell’inquinamento da nitrati, introduce una serie di disposizioni molto precise riguardanti la fase finale della filiera produttiva del biogas: in buona sostanza gli effluenti zootecnici prodotti in azienda, i residui colturali e le colture energetiche, possono essere avviati a digestione anaerobica ed il digestato risultante può essere utilizzato sul suolo agricolo secondo i normali piani di utilizzazione agronomica. Quindi spandimento sul terreno si, ma tenendo conto del tenore di azoto! In tutti gli altri casi invece si rientra nella legislazione dei rifiuti quindi è necessario, pur facendo sempre riferimento al testo unico ambientale (DLvo n. 152/06), cambiare “registro” e considerare l’impianto come destinato al recupero di rifiuti mediante attività R10. In questo caso anche lo spandimento al suolo è possibile purché risponda alle disposizioni relative. Tra queste si ricorda la necessità di compilare il  modello unico di dichiarazione ambientale (MUD) che accompagna ogni tipologia di rifiuto.

I probabili interessi in ballo

Mettendo in piedi un impianto biogas si possono beneficiare di generosi incentivi statali previsti dal decreto dello sviluppo economico del 5 dicembre 2013.Un impianto anaerobico alimentato a FORSU si ammortizza, in media, dopo 5 anni di attività (chiaramente dipende fortemente dalla sua dimensione).
In virtù di questo in Emilia e in altre regioni italiane per “semplificare” l’iter autorizzativo delle centrali a biogas, hanno emanato leggi che hanno escluso dalla verifica di assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (c.d. screening di V.I.A.) tutti gli impianti sotto una certa taglia di potenza.

Il problema del biogas riguarda tutto il territorio nazionale, tanto che anche la legge nazionale è sotto procedura di infrazione (n.2009/2086). Tale infrazione è stata attivata poiché le leggi di regolamentazione della V.I.A. di molte Regioni italiane risultano in contrasto con l’attuale Direttiva UE. La partita, quindi, è di miliardi di euro di soldi nostri assegnati, attualmente, in maniera non conforme alla direttiva europea, a diversi soggetti privati, per un totale di circa 1100 impianti su tutto il territorio nazionale.

Il 22 Maggio 2013 la corte Costituzionale ha ritenuto illegittima la legge Regionale delle Marche N.3/2012, che appunto normava l’ esclusione dallo screeining di VIA gli impianti al di sotto di una certa dimensione perché palesemente in contrasto con ciò richiesto nell’ Art. 4 della attuale Direttiva Europea 2011/92/UE.  La stabilisce che un Ente locale (nel caso, la Regione) non può normare in contrasto con la Direttiva Europea, perché ciò costituisce violazione dell’ Art. 117 della Costituzione.
Così, ad una ad una, con sentenze del TAR ma esclusivamente nelle Marche, sono state cassate numerose autorizzazioni impugnate dai cittadini e/o dai comuni.

Ora, dopo il caso delle Marche, la scelta normale sarebbe stata quella di annullare le autorizzazioni concesse non in conformità con la direttiva Europea…Invece no: alcune leggi regionali aggirano le procedure di V.I.A. il che vuol dire evitare di sottoporre  i progetti proposti a tutti i criteri previsti all’Allegato III della medesima Direttiva (ad esempio, il cumulo con altri progetti, la produzione di rifiuti, il rischio di incidenti, l’utilizzazione attuale del territorio, la capacità di carico ambientale del contesto in cui si vuole localizzare l’impianto, ecc…). Una direttiva importante in quanto nata per discriminare di volta in volta la fattibilità o meno di un impianto sul territorio preso in esame.

Il termine “bio” significa vita e richiama l’idea di origine naturale e organica.

Il termine “bio” oggi più che mai viene usato e “straustato” per attribuire una valenza positiva e “naturale” ad impianti di questo tipo, in modo da poterli ascrivere tout court al mondo della “green economy”, andando in deroga delle direttive comunitarie. La mistificazione del linguaggio, in questo caso è divenuta strumentale per una politica di proliferazione indiscriminata di queste tecnologie che si è riparata senza ritegno sotto l’ombrello dell’ecologia e del rispetto della natura.

Tutto questo è sufficiente a bocciare gli impianti di conversione degli scarti organici in Biogas?

Gli impianti a biomassa sono frutto di anni di studio e di ricerca…non nascono con un indole killer, ma possono diventarlo se ne si fa un cattivo utilizzo.
Se ci allontaniamo dalla cultura del “no” a prescindere, del “nimby” e delle mezze verità dei media, e se liberiamo la valutazione tecnologica da quella legata all’interesse e al profitto possiamo comprendere che un impianto ben progettato e ben funzionante ha la sua utilità e i suoi vantaggi e non ha bisogno di nascondersi dietro l’ipocrisia delle parole.

La domanda che dobbiamo porci prima di emettere sentenza è: ci sono concrete e efficaci alternative per lo smaltimento dei sempre più numerosi scarti organici?

Il Biogas nasce prima di tutto per recuperare scarti che un tempo venivano conferiti in discarica oppure sparsi sui terreni. Ancora oggi, in Italia finiscono in discarica circa il 30-40% di rifiuti organici: qui si sviluppa spontaneamente biogas che però non può essere utilizzato ma si riversa nell’ambiente.
Risulta evidente quindi il vantaggio principale di una centrale: recupera il metano che comunque verrebbe emesso in atmosfera convertendo il danno in fonte energetica (il metano è uno dei gas-serra più pericolosi ed è quindi auspicabile la sua degradazione in CO2 e acqua per combustione.

L’emissione di 1 kg di CH4,
in un orizzonte temporale di 100 anni, equivale ad emettere 25 kg di CO2). In un impianto a biogas che funziona correttamente la quota di emissioni è estremamente ridotta rispetto a quella che si avrebbe nell’atmosfera del metano emesso naturalmente dalla decomposizione di carcasse e vegetali.
Gli impianti inoltre permettono di mitigare l’impatto derivante dalla pratica di spandere i reflui zootecnici sui terreni agricoli: la percolazione dei nitrati nelle falde acquifere sotterranee è uno dei problemi più importanti per l’Agricoltura. In tal senso gli impianti di digestione anaerobica possono mitigare il problema, cambiando la disponibilità nel tempo dei nitrati, o addirittura eliminarlo, prevedendo l’integrazione nell’impianto di biogas delle strutture destinate alla denitrificazione del digestato.  

Conclusioni

Parlare di energia, oggi, coincide molto spesso con il camminare sulle sabbie mobili.Gli argomenti sono complessi ed intrecciati in una ragnatela di aspetti tecnici, etici e sociali.
Per poter condannare una tecnologia, è necessaria mettere in campo la competenza tecnica e l’amore per il territorio. Bisogna studiare ed aver studiato. Bisogna aver fiducia. Bisogna che la politica si accosti a questi temi, con la modestia dell’ascoltatore attento e scevro da ogni personalismo. Perchè alle volte… nihil est ut apparet.

Le tecnologie legate alla produzione di Biogas producono vantaggi ambientali ed economici: non si vuole negarne le problematiche, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo a Parma, ma non per questo è utile avviare un duello tra correnti di pensiero.
Il vero problema è come questi sistemi si collocano all'interno della gestione complessiva dei rifiuti, la cosiddetta gestione integrata, che ha bisogno di un piano in cui si scelgano e si perseguano chiaramente delle strategie e gli obiettivi, e soprattutto necessita di una “sana” volontà politica per farlo.

La Regione Abruzzo, per esempio, ha aderito al Progetto “BIOGAS REGIONS: PROMOZIONE E SVILUPPO DEL MERCATO DEL BIOGAS ATTRAVERSO PARTNERSHIP LOCALI E REGIONALI “… volete conoscere l’incipit della colorata brochure informativa: “sapevate che il biogas prodotto dagli scarti della Vostra azienda può diventa-re un’importante risorsa?” Sarebbe interessante approfondirne lo stato dell’arte e l’eventuale proseguimento, visto che magicamente, in regione, ora, sono tutti ambientalisti .

Alla luce delle ombre nascoste dietro la maxi inchiesta … è il biogas a dover essere messo alla gogna o l’insaziabile “interesse” degli uomini?
Di certo c’è solo che…. l’interesse è la chiave delle nostre azioni volgari.…(Napoleone Bonaparte).

Susanna Ciminà
Katia Di Francescantonio

 

Fonti

[ http://m.parmatoday.it/cronaca/latte-contaminato-centrali-biogas.html
http://terrenostremarche.wordpress.com/2014/03/11/nuova-direttiva-ue-sulla-valutazione-di-impatto-ambientale-via-pericolo-di-colpo-di-spugna-sul-caso-biogas-in-italia/
http://www.iduepunti.it/abruzzo/26_novembre_2013/abruzzo-mettiamoci-dieta-no-petrolio-si-al-biomassa-parte-i]
http://www.qualenergia.it/articoli/20081021-vantaggi-economici-ed-ecologici-del-biogas-1
http://www.ape.fvg.it/fonti-rinnovabili/biogas/vantaggi-ambientali-del-biogas/
http://www.alpevda.eu/datapage.asp?id=601&l=1
www.regioneabruzzo.it

Foto...sgonfiailbiogas.blogspot.it/2014/06/parmigiano-allaflatossina-centra-il.html

 

 

 

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9:09
— del —
26
luglio
2014
F.C.
A partire dai "20...20...20...venti che soffiano sull'Abruzzo" con il Patto dei Sindaci...passando attraverso il bellissimo articolo che ci dimostra come nell'anno 1913 a Notaresco un illustre Sindaco di allora Vincenzo Clemente riuscì a compiere una grande opera senza aggravio per i cittadini...con la folata di un "Abruzzo solare che non scotta se ti spalmano gli incentivi"...con la simpaticissima zia che non merita ma che meritocra...su cui siamo perfettamente daccordo... per finire con il tornado di un Parmigiano al Biogas...

Dobbiamo riconoscere la tua ingegneristica e solare capacità di saper trattare argomenti di scottante attualità con perspicacia e quel pizzico di ironia che ti contraddistingue e che ci aiuta a non urtare la suscettibilità di tanti contro-interessati.

I grandi cambiamenti possono avvenire soltanto in questo modo, facendo passare i messaggi un pizzico per volta in maniera che pietra su pietra si edifichi la costruzione di un nuovo sistema con certe peculiarità come la eco-sostenibilità, la riduzione dei costi, il rispetto del pianeta terra, e soprattutto il rispetto della salute umana e il rispetto del singolo individuo.

Complimenti e continua così

G.D.D. e F. C.
17:05
— del —
25
luglio
2014
Giorgio D.D.
Per quanto i miei studi e la materia tecnica di cui mi occupo quotidianamente mi tengono abbastanza lontano da una conoscenza relativamente approfondita dell'argomento, credo che, nonostante le precisazioni scientifiche e le discussioni, a volte anche critiche, poste in essere intorno a questo tema sicuramente da chi è più competente del settore, posso dire che dalla lettura dell'articolo ho potuto desumere delle informazioni che prima non conoscevo e invece ci riguardano tutti da vicino in quanto la necessità della produzione di energia da fonti alternative è quantomai impellente e necessaria.
Certo, questo significa anche che i sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili devono garantire un livello di sicurezza elevato e controllabile per la salute dell'umanità.
Con questo, voglio dire, che già troppe volte in un recente passato, abbiamo goduto e gioito della scoperta di prodotti e sistemi che poi si sono rivelati rientrare nel paradosso che tanta apparente utilità risultava nociva per la salute del genere umano.

In ogni caso, come accanito consumare di parmigiano, rivolgo i miei più sinceri complimenti alle autrici dell'articolo che hanno dimostrato preparazione e competenza

P.S. un saluto anche da F.C. ;)
9:09
— del —
23
luglio
2014
Katia - Di Francescantonio
Gentile Sig. Diego Leva
La ringrazio moltissimo per le sue precisazioni che danno un contributo molto costruttivo alla valutazione di tali centrali. Non è certo obiettivo di questo pezzo ratificare l'oggettivo collegamento tra le centrali biogas e la contaminazione di aflatossine : c'è ancora un inchiesta in corso e anche se le sue argomentazioni mi sembrano più che valide dobbiamo aspettare cosa dirà il tribunale.

Quello che abbiamo cercato di evidenziare è che purtroppo la sentenza di colpevolezza delle centrali è stata in qualche modo già emessa. Ma è corretto questo?

L'articolo non cerca di dare ulteriore benzina al fuoco dei delatori o dei fautori di tali centrali. Pone al centro la questione dello smaltimento dei rifiuti organici da un lato e come si gestiscono le fattibilità legate al rilascio delle autorizzazioni di tali centrali.

Abbiamo cercato di evidenziare in pochi paragrafi (gli articoli ahimé devono comunque arrivare a una sintesi) che la tecnologia ha i suoi pregi e i suoi limiti ma in un'ottica di gestione integrata dei rifiuti presenta comunque i suoi vantaggi. Chiaramente se chi si occupa di approvare i progetti invece di porre al centro la tutela dell'ambiente e la salute dell'uomo si preoccupa dell'interesse economico avvengono storture come quelle da lei denunciate o persino peggiori (utilizzo dei digestori per conferire rifiuti in modo non controllato).

Sicuramente a mio avviso le centrali possono rientrare nell'ottica del recupero degli scarti organici sottraendoli alle discariche e concordo con lei sul fatto che non andrebbero invece costruite per sottrarre materie prime per l'industria alimentare. Ma l'indole folle non è delle centrali, è di coloro che mettono in piedi progetti andando in deroga a importanti vincoli della direttiva europea ( il cumulo con altri progetti, la produzione di rifiuti, il rischio di incidenti, l’utilizzazione attuale del territorio, la capacità di carico ambientale del contesto in cui si vuole localizzare l’impianto). La centrale insomma è utile nel contesto giusto: laddove intercetta una quantità di scarti tale da rendere dannoso il conferimento in discarica, lo spargimento sui terreni oppure poco perseguibile il semplice compostaggio. Se non ci sono queste condizioni la centrale perde la sua utilità ambientale e ne acquisisce solo una economica che io personalmente condanno.
1:01
— del —
23
luglio
2014
Diego Leva
Dunque occorre mettere un po' di ordine. Dalla lettura dell'articolo sembrerebbe che la causa della presenza di Aflatossine sia dovuto al processo di digestione anaerobica per la produzione di biogas, non è così. Le Aflatossine sono dovute all'azione di funghi del genere Aspergillus che attaccano la spiga del mais, rilasciando sostanze tossigene dal riconosciuto potere cancerogeno. La legislazione italiana, recependo svariati regolamenti e direttive europee ha stabilito dei tenori massimi ammissibili, sia negli alimenti per uso umano diretto, come il latte, sia nei mangimi e materie prime destinati all'alimentazione animale. I valori riguardano l'Aflatossina più diffusa, la B1 ed il suo metabolita la M1, che si ritrova nel latte. I limiti di legge sono nel latte di 0,05 microgrammi/kg, mentre per il mais tal quale il limite è di 0,02 mg/kg. La presenza di micotossine, conseguenti all'attacco del fungo, è favorita da clima caldo e siccitoso, il che metterebbe abbastanza al riparo la pianta di mais nei nostri climi (ricordo che il mais è originario del Messico) se non ci fosse la Piralide, un lepidottero la cui larva, rompendo l'integrità della spiga, fornisce una porta d'ingresso al patogeno. Qual è la percentuale di mais che rispecchia i limiti di legge ad ogni raccolto? È variabile come si è detto in base all’andamento climatico, e se questo favorisce o meno l’attacco della farfalla, si passa dal 70% del 2012 a valori anche molto più bassi come nell’estate torrida del 2003. Cosa farsene del mais fuorilegge? Per evitare una perdita secca all’agricoltore che dovrebbe distruggere il mais non più commestibile, si è consentito l’utilizzo del mais per uso energetico, in pratica si utilizza per la produzione di biogas. Il processo di digestione è sufficiente per distruggere le micotossine? Parrebbe di si, come dimostra uno studio dell’Università di Milano http://www.agricoltura24.com/aflatossine-alla-prova-del-biogas/0,1254,96...
“...in impianti di scala reale alimentati con granella ricca di aflatossina B1 il tenore di tossina misurato nel digestato è basso, mettendo in evidenza un'attività degradativa anche in siffatte condizioni. “ Lo studio, tra l’altro abbastanza in linea con la letteratura precedente, dovrebbe mettere al riparo da sorprese, infatti l’utilizzo del digestato come ammendante, aveva suscitato molti timori tra gli operatori del settore di “impestare” i campi con della sostanza potenzialmente pericolosa. Come si può difendere il raccolto del Mais? Insetticida, insetticida ed ancora insetticida, esistono altri metodi? Certo, esiste un’altra possibilità, ma posizioni oscurantiste ed antiscientifiche lo impediscono, sto parlando del mais BT Mon 810, un OGM che producendo da solo la tossina insetticida del Bacillus thuringiensis si difende senza l’aiuto della chimica, risparmiando all’ambiente le irrorazioni di insetticida. Inoltre, le Aflatossine non sono le uniche micotossine presenti nel mais, esistono quelle derivanti dagli attacchi del genere Fusarium, sono le Fumonisine, Deossinivalenolo e Zearalenone, poste dall’OMS in classe 2b “alimenti potenzialmente cancerogeni”, mentre le Aflatossine, il più potente epatocancerogeno che si conosca, è in classe 1. Tornando alle forme di Parmigiano cosa è realmente successo? I NAS grazie alla tracciabilità hanno percorso il tragitto del mais alterato: grossista, allevamenti (bastano 36 ore dopo l’assunzione di mais con elevato tenore di aflatossine per rilevarle nel latte), caseificio dove hanno miscelato il latte con elevata M1 con latte “buono” allo scopo di far rientrare il tutto nei limiti di legge. È permesso dalla legge? NO. E per finire penso che i digestori da 1 mega, presenti qui nella nostra provincia, come in altre, siano “una cagata pazzesca”, ciascuno di loro richiede una superficie di 300-350 ha, sottratti di fatto alla produzione alimentare, impegnando una successione triticale-mais da utilizzare per tutto l’anno, una follia.
19:07
— del —
22
luglio
2014
francesco di luigi
Alla faccia del Made n Italy nel nome del quale si sono consumate e si continuano a consumare, qui in Italia, le più orribili nefandezze. E nessuno lo dice. Anzi.

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