Chi raccomanda la Meritocrazia?

1
gennaio
2015

In un’ era di profonda crisi culturale e sociale, il merito è diventato il mantra della politica.
Destra, sinistra, centro, sopra e sotto…senza distinzione alcuna, quando non sì sa come tappare un discorso, tutti fantasticamente parlano di merito senza averlo mai meritato (che poi, questa gente, avrà mai sostenuto un colloquio di lavoro?).
Eppure nel suo saggio “L’avvento della meritocrazia” il sociologo Michael Young si riferisce a un immaginario Manifesto di Chelsea, non lontano dal progetto di riforme da lui stesso proposto, in cui si sostiene che l'intelligenza è una funzione complessa, non misurabile con indici matematici né riducibile ad unica espressione. 

Ma chi è in grado di definire veramente il merito? Una domanda questa che fin dai tempi del “governo dei migliori” di Platone aveva dato filo da torcere. Ed ancora oggi filosofi, economisti e politici si affannano alla ricerca di una risposta. Che poi, esiste realmente una risposta?
Young, con un tono altamente dissacratorio, finge un elogio al merito che costringe alla riflessione. 

Egli sostiene che l’interpretare il paradigma della meritocrazia con un aurea positiva conduce a due pesanti controeffetti negativi. Il primo è quello di affidare la selezione della classe dirigente a quella che qualcuno ha definito “lotteria naturale”,  ovvero a quelle condizioni fortuite ereditate dalla nascita (etnia, classe sociale e genere) , che per molti non dovrebbero essere prese in considerazione ma a cui inevitabilmente bisogna far riferimento. E’ molto difficile che un bimbo nato nelle favela possa diventare un grande scienziato…è possibile ma resta difficile!

Il secondo è il criterio di misura dell’intelligenza attraverso la triste scienza del quoziente intellettivo Q.I.. Secondo Young, una volta misurato in modo oggettivamente scientifico il Q.I., si potrà sapere, fin da subito a che lavoro destinare gli adulti senza risentimento alcuno per i più svantaggiati. Insomma chi sarà destinato ai lavori più umili, finirà per adattarsi al suo status, senza chiedere di più, perché la scienza ha così deliberato. Si ottiene quindi una società stratificata in classe “alfa”, classe “beta”, e compagnia catando. 

Il risultato? Una chiara riduzione della libertà di azione a vantaggio dei ceti più abbienti.
Con un volo pindarico, credete che la società di oggi  funzioni diversamente?
Credete ancora alla favoletta che  i posti prestigiosi siano ricoperti dai migliori o dai migliori “stessi”?  
Cos’è dunque il merito?
Young risponde che il fine dell’istruzione, anziché quello di emarginare gli «individui a lenta maturazione», dovrebbe essere quello di promuovere la varietà delle attitudini secondo l'idea che ogni essere umano è dotato di un talento diverso, ma non per questo meno degno di altri.

Ma da tecnicacci, abituati all’arte del probabile e del possibile, si cerca ora qualche alternativa alla rigida posizione di Young.
Partiamo dalla Costituzione Italiana che all’art. 34 recita:
“La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle
famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

E anche qui, spuntano i primi problemi:

  • • Chi valuta la capacità ed il merito? È uno scoglio,  in quanto un giudizio comunque soggettivo, magari anche pronunciato da una persona proba e con le migliori intenzioni, può affondare tutte le speranze e prospettive del valutato. La soluzione più facile è eliminare la valutazione, oppure dare a tutti il massimo (era uno degli obiettivi del ’68 ed ora tanto desiderato da parecchi lavoratori anche del pubblico impiego) ma così si applicherebbe il famoso detto di Carlo V “todos caballeros”. Una alternativa, utilizzata nelle grandi aziende, è quella di rimettere il giudizio ad uno o due superiori del valutante oppure eseguire una valutazione collegiale. Applicando il calcolo delle probabilità, la possibilità di errore si riduce grandemente.
  • • Chi garantisce il diritto ai capaci e meritevoli di raggiungere i gradi più alti degli studi?     E qui la palla passa in mano ai politici (organi legislativi ed esecutivo) a cui compete la risposta.

L’obiettivo di fondo, (chissà quando raggiungibile), è di garantire a tutti i giovani le medesime condizioni di partenza, per affrontare nel migliore dei modi un percorso che comunque deve essere selettivo.
Certamente si può e si deve fornire la migliore educazione possibile nella scuola dell’obbligo, ma ad ogni modo, un giovane che ha avuto la sorte di nascere e crescere in una famiglia in cui si parla e si discute regolarmente in italiano anziché dialetto, in cui entrano libri, giornali, internet e simili risulta senz’altro avvantaggiato. E qui occorre ingigantire il ruolo della scuola dell’obbligo e delle altre strutture educative per cercare di ridurre il gap.
D’altra parte, sotto un’altra angolazione, non è certo una colpa essere figlio di decenti natali…. il punto è che i “magnanimi lombi” non siano un onnipotente lasciapassare per la carriera, superando ogni altra valutazione sul merito... 

Forse, nonostante il tentativo di aggiustare il tiro, le conclusioni di Young, non sono tanto distanti da quelle dei tecnicacci…
Intanto, in attesa di una risposta più soddisfacente, ci ritiriamo per deliberare.
P.S. Saremo dotati di un Q.I. degno per farlo?
 

Enrico Malusardi, Susanna Ciminà

Riferimenti
[Enciclopedia Treccani, Dizionario di economia e Finanza  Stefano Zamagni; Repubblica  12-12 2014  Roberto Esposi

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16:04
— del —
2
gennaio
2015
Freddie
Se le condizioni per valutare il merito fossero sempre deterministiche, non ci sarebbe problema alcuno e saremmo tutti felici (forse!). Basterebbe solo lavorare sulla preparazione della performance e tutto il resto verrebbe da sé. La realtà è molto diversa e fatta di più variabili in gioco che spesso creano una vasta gamma di esiti circa il merito di chi è sotto giudizio. Per cui è impossibile essere sicuri di sentenziare in modo corretto che ....tal persona merita....! una riflessione di fondo è che il merito di una persona per un successo colto non è mai tutto di costui ma piuttosto un risultato di un lavoro collettivo, di un contorno magico che ha reso possibile una grande performance. Nelle organizzazioni ci sono sempre delle persone che hanno responsabilità di altre e a chi è capo, o comunque responsabile, tocca il ruolo di valorizzatore di risorse. E' necessario far risuonare le corde giuste alle persone e aiutarle ad esprimersi al meglio secondo le loro inclinazioni. Un coach è spesso determinante per un atleta! ciò implica un immenso senso di responsabilità per chi ha ruoli educativi e di responsabilità gestionale. Quindi un primo tassello è che il successo è comunque un orgoglio sociale e il successo di una collettività, vuoi anche fatta solo da due persone! Poi credo che il grande merito del performer debba andare oltre la propria performance, che può benissimo non essere compresa da tutti e quindi giudicata in modo non positivo. Il perfomer deve capire se stesso, deve trovare il modo di auto-valutarsi rispetto al contesto che ha fronteggiato. Deve capire quanto in realtà è vicino o lontano dal suo sogno dandosi un giudizio in piena autonomia.
In Italia siamo abituati a criticare tutto e tutti. Io non ho votato Renzi ma debbo dire che trovo fastidiose e deprimenti le campagne denigratorie contro di lui. Credo semplicemente che sia ora che le persone che meritano, che sono tante, scendano in campo portando le loro grandi armi: il rispetto per gli altri e la voglia di fare del mondo un bellissimo teatro!
Ho una grande stima per l' Ing. Susanna Ciminà, perché lei instancabilmente cerca la verità e la bellezza nel mondo!
16:04
— del —
2
gennaio
2015
Merito e intelligenza
Meritocrazia, intelligenza, cultura sono parole astratte, che andrebbero sviscerate, distillate, precisate e non pronunciate solo per fare "audience" o riempire vuoti. Intanto, come è ben spiegato nell'articolo, esistono varie forme di intelligenza che la scuola in primis dovrebbe portare alla luce e valorizzare, se solo potesse liberarsi da logiche burocratiche o dalla scansione imposta dai programmi. E se solo sapesse generare quell'amore per la cultura che sa animare desideri, progetti, aspirazioni, sogni. E che modifica stili di vita e comportamenti perché è già educare. Meritocrazia? Tra tutte la parola più vaga, incerta, sfuggente, problematica. Si può sperare soltanto che chi è chiamato a giudicare il merito, sia competente e intellettualmente onesto, che è comunque chiedere molto. E che soprattutto non vengano chiuse le porte a giovani volenterosi e capaci, siano essi "neofiti" o "figli d'arte". Non ho letto il libro di Young. Lo farò sicuramente. Un articolo interessante riesce anche a spostare interessi e curiosità. Grazie anche per questo ai bravissimi autori!!! Magda Sardi
13:01
— del —
2
gennaio
2015
katia - ing elettronico
La madre della meritocrazia è la cultura dell'onestà. Dal conosci te stesso Socratico all'importanza delle regole comuni di citradinanza, La scuola, dopo la famiglia è il pricipale luogo in cui gli individui possono nutrirsi di valori oltre che di nozioni. Un cultura ampia, onesta e socialmente responsabile rende la società "naturalmente" meritocratica perchè fatta di individui consapevoli che si vince insieme ciascuno col proprio talento che va a compensare i limiti altrui. Altrimenti resta solo la competizione e il mors tua vita mea ....

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