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Teatro: Zio Vanja di Marco Bellocchio, ovvero L’età del disincanto

di Christian Francia
9 minuti

“Che fare? Bisogna vivere! Noi vivremo, Zio Vanja. Vivremo una lunga, una lunga sequela di giorni, di interminabili sere. Sopporteremo pazientemente le prove che ci manderà la sorte. Faticheremo per gli altri, adesso e in vecchiaia, senza conoscere tregua. E quando verrà la nostra ora, moriremo con rassegnazione e là, oltre la tomba, diremo che abbiamo patito, pianto, sofferto amarezza”.
In questa frase c’è tutto Zio Vanja, uno dei drammi teatrali più noti e sconosciuti. Noti ovunque come capolavoro di Anton Cechov, sconosciuti a chiunque in quanto di non facile analisi. Zio Vanja è un fallito, uno che soffre di oblomovismo, uno che vive un amore impossibile e fuori tempo massimo per una donna sbagliata, uno che ha visto svaporare le proprie speranze, uno che si è rovinato gli anni migliori, uno che sente il peso del disastro della propria vita.

L’angoscia che sprigiona dalle parole di Cechov è come una nebbia spessa e inestricabile, nella quale ci si muove a tentoni con un ineluttabile magone: avremmo potuto essere felici ma non ne siamo stati capaci e per questo tutta la vita è stata sprecata.
Il dramma contiene anche gli antidoti alla rassegnazione e al suicidio, ma sono sempre obliqui, sempre provvisori, sempre caduchi. Ci si domanda, ad esempio, se l’incertezza non sia in qualche maniera una condizione ideale, solo perché ancora non si tramuta nella certezza della sconfitta ed è intrisa di una dose minima di speranza.

Vanja cristallizza le colpe della rovina della propria vita e del naufragio delle proprie prospettive in Serebrijakov, suo cognato. Ma è solo un espediente per non confessare a se stesso le proprie incapacità. Quando il tentativo di sparare a Serebrijakov sortirà esito negativo, a Vanja non rimane che tentare il suicidio, cosa che nemmeno gli riesce.
Zio Vanja è un’opera che fa i conti con i silenzi, le inadeguatezze, i rimorsi e le paure che attanagliano gli uomini, ma che nessuna ricetta precostituita è in grado di far guarire. Nel finale non manca l’assunzione di consapevolezza dell’importanza della cultura per l’elevazione della propria anima, ma viene accompagnata dal rimpianto di aver vissuto un’esistenza meschina che abbrutisce e rende volgari.

L’inquietudine di fondo e il senso di fastidio per l’ineluttabilità di un destino che avrebbe potuto essere diverso, unitamente alla vacuità degli eventi e all’abulia dei protagonisti, rendono questo dramma incredibilmente aderente alle angosce del novecento e del nuovo millennio, nonostante sia stato composto sul finire dell’ottocento. E questo è un tratto che accomuna tutti i capolavori universali di ogni tempo, sebbene Zio Vanja sia fra quelli meno scintillanti e tutto sommato più discreti, nella migliore tradizione dell’immensa letteratura russa.

Personalmente, trovo in Vanja il compendio di tutti i movimenti tellurici dell’animo umano, il distillato della sconfitta che riposa nella consapevolezza di non aver agito come si sarebbe dovuto e potuto.
Vanja è la silloge della noia, il paradigma dell’inettitudine, la depressione cristallizzata. Vanja è i Rolling Stones che cantano Satisfaction, Vanja è Vasco Rossi che canta Un Senso, Vanja è Van Gogh con la sua tavolozza di colori squillanti, Vanja è colui che sostiene che una volta tutto era ancora possibile solo perché è vittima di se stesso e della propria incapacità di inverare progetti, idee, desideri.

Vanja è in noi tutti, Vanja è La nausea di Sartre, Vanja è La noia di Moravia, Vanja è Viaggio al termine della notte di Céline, Vanja è il pensiero debole di Vattimo, Vanja è la quintessenza del relativismo. È la perdita di significato che ci colpisce ogni giorno, è la ricerca disperata di senso, è l’aspirazione alla bellezza ed è la frustrazione fatta persona.
Vanja è la sinossi di Italo Svevo, la summa postuma di Giacomo Leopardi, il vademecum di Andy Warhol; è l’antologia di Samuel Beckett nonché il padre di Godot, è epitome di ogni gioventù bruciata, è l’anima di James Dean, è il florilegio di ogni turbamento adolescenziale e al contempo di ogni inquieta rassegnazione.

La presenza di Michele Placido nel ruolo di Serebrijakov si riduce a poco più di un orpello, perché è Sergio Rubini ad incarnare un Vanja incredibile, con tutti i tic di una mente turbata e indomita, con le mani che si tramutano in tentacoli, le ginocchia che fremono, lo sguardo che è sempre oltre la siepe, alla ricerca di quello che non c’è e che non potrebbe esserci, le narici dilatate a cercare l’odore di un paradiso perduto, del quale si presente l’esistenza ma cui è impossibile avere accesso.
Vanja è uno spettacolo che non può essere apprezzato in tutte le sue sfumature psicologiche se non si sono raggiunti i 47 anni del protagonista. Vanja è un nome che Cechov ha reso immortale, ma è un titolo sbagliato se rapportato all’orizzonte di significati che si schiudono dalle parole e dai dialoghi di questo dramma. Il nome giusto è: L’età del disincanto. È questa la cifra stilistica dell’opera e il suo punto più profondo, il disincanto.

E Rubini lo conosce il disincanto, ha fatto i conti con la sconfitta, con le prigioni della mente e con l’incapacità di trovare un percorso transitabile nel cortocircuito della psiche. Che capolavoro la regia di questo spettacolo, il distacco perturbante dei coprotagonisti, i sentimenti sbattuti come bandiere al vento, le emozioni che bruciano come il sale. Che resa scenica l’interpretazione dell’apatia, l’introspezione dolorosa e maieutica, l’insoddisfazione diffusa.
Marco Bellocchio ha chiesto ai suoi attori di dare corpo all’infelicità, la vera silenziosa protagonista che parla attraverso i volti tesi, le parole dure, le espressioni smagate. È l’infelicità a prendere la parola, ad autocommiserarsi, a declinarsi nel cinismo, nell’odio, nella ferocia omicida, nel desiderio distruttivo prima ed autodistruttivo poi. È l’infelicità a scavare i volti, a visualizzare una presenza scenica costante e sottotraccia, ad inocularsi nell’amore dirompente che percuote Sonja e Vanja, a scuotere le coscienze ed avviarle all’analisi della propria miseria morale.

Ma c’è anche, insospettabilmente, la politica in questo dramma. C’è una sensibilità ecologica che è ridicolo finanche immaginarsi nella società di fine ottocento, ma che pure impregna di sé l’anelito ad una vita incontaminata e aderente ai dettami della natura. Opera amarissima e disperata nella quale il prolasso del mondo contadino, caduto in rovina a causa del progresso, è l’anticamera di un futuro a tinte fosche.
Il senso della decadenza e il presagio della miseria commuovono per la loro aderenza al tessuto sociale dell’Italia odierna, dell’Abruzzo che abbiamo sotto gli occhi, dove si combatte contro lo spettro delle trivelle allo stesso modo nel quale il medico dell’opera cechoviana lotta per salvare le foreste e gli animali che vi abitano.

La modernità del testo e la nettezza delle interpretazioni sono disarmanti e convogliano lo spettatore verso l’affresco della miseria delle passioni. Un’aura sinistra, di malattia, pervade i personaggi che non trovano alcun lenimento ai propri mali nella speranza in un futuro che appare irrimediabilmente segnato.

Ma se i sentimenti si squadernano e si intrecciano nello sviluppo della trama, è sempre infelicità a riprendere il comando, a costringere al confronto con gli altri e con se stessi, a deludere le aspirazioni e a frustrare le ansie di riscatto, a disegnare cocenti delusioni e a sbriciolare desideri di rivincita. Dopo l’empito, la foga, gli accessi d’ira, le irruenze, le parole disegnate e scolpite, Vanja ripiomba nella bonaccia di una rivoluzione impossibile, in una calma irreale e mortuaria che più che presentire anticipa l’esperienza della morte.

Vanja finisce per sospendere ogni tentativo vitale, avviandosi attraverso la rassegnazione e l’autocommiserazione ad una lenta consunzione che rivela un destino di estinzione anche per il mondo.
Il senso di una esistenza che non può realizzarsi viene quasi disegnato come una sinopia a tratteggiare una tragedia morale priva di redenzione. L’alito di Cechov si infonde fin dentro la nostra società avviata al declino e il volto scavato di Sergio Rubini suggerisce che solo una pazzia simulata o reale può essere utile a fuggire da un tramonto di una giornata senza sole.


Zio Vanja, per la regia di Marco Bellocchio, con Sergio Rubini e Michele Placido, è in replica al Teatro Comunale di Teramo solo per oggi nello spettacolo pomeridiano alle ore 17,00 e nello spettacolo serale alle ore 21,00.
 

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