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Il corrosivo: Amari anche i ravanelli dell’orto di Epicuro

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Sedani e ravanelli sarebbero ben misera cosa alla mensa di un re, ma alla mensa di Epicuro diventano delizie del palato, superiori al fagiano farcito o all’anatra arrosto o al piccione ripieno” fa dire Luigi Malerba (nel suo libro “Il sogno di Epicuro”, Manni Editore, 2008, p. 9 ) dal filosofo greco ad un suo allievo.
Quando questi lo invita a parlargli di queste speciali pietanze, il maestro risponde di non poterlo fare, non conoscendole se non per sentito dire. “Per me” spiega Epicuro “sono soltanto parole e perciò non posso provare desiderio per delle parole. Qualcuno di voi desidera mangiare parole invece di sedani e ravanelli?”
I ravanelli dell’orto di Epicuro sono una metafora fin troppo facile da cogliere, che perciò non è necessario spiegare.
Se sono da preferire ad altri cibi prelibati, c’è una ragione specifica che rimanda a considerazioni filosofiche e storiche, ma anche sociologiche ed economiche.
Gustarseli in santa pace nell’orto stesso in cui crescono è espressione di un “ben-essere” del tutto diverso dal “benessere” considerato come opulenza, più che altro un “bene-stare” che è uno “stare-bene”, soprattutto con se stessi prima ancora che con gli altri.

Purtroppo, devo dire che a Teramo anche i ravanelli dell’orto di Epicuro sono diventati amari e non commestibili e, in mancanza certa di fagiani farciti, anatre arrosto e piccioni ripieni (il tempo e il luogo dell’opulenza) non possiamo contare più nemmeno sui sedani e sui ravanelli per sfamarci.
Siamo pressoché ridotti alla disperazione come comunità. La crisi economica, del commercio, dell’industria, dell’impresa, della cultura, morde come mai; la vita sociale langue, le strade sono quasi deserte e si è aggiunta la paura del terremoto a rendere incerto il nostro presente e pieno di ombre il nostro futuro. La disoccupazione giovanile cresce, l’inerzia sembra totale, gli scambi commerciali sono ridotti all’estremo, la rassegnazione sembra sancire una sentenza fatale. Non pensavamo di poter trovarci di fronte al desolato spettacolo di sfollati che hanno perso la casa, di luoghi di culto impraticabili, di scuole infrequentabili e inagibili, di pericoli di crolli e di un continuo stare nell’attesa sospesa di un sommovimento che preannunci un sisma di chissà quale entità. La crisi politica ed amministrativa non ci fornisce punti di riferimento ed elementi di speranza concreta.
Una giunta comunale allo sbando, un ceto politico senza bussola, una provincia amministrata da un presidente non eletto dai cittadini che guida un ente che si pretende sia stato abolito, una regione che non fornisce da tempo le opportune risposte ai cittadini e un sistema bancario che ha più buchi di una gruviera e comportamenti usurai da “mercante di Venezia”, sono i fantasmi che si agitano sul fosco orizzonte di noi teramani, ormai ridotti al rango di spettri che si aggirano nell’ombra in cui non si distinguono più i contorni di figure riconoscibili e familiari.
Ci sono certe sere in cui per le strade di questo nostro borgo non si aggira anima viva o che almeno sembri tale, i negozi sono vuoti, anche quelli delle vie principali e del Corso, siamo in attesa che alcuni lavori di pavimentazione iniziati da tempo si concludano e che la sporcizia disseminata ovunque trovi alfine una collocazione.
Il naufragio degli Stati Generali della Cultura e le dimissioni dell’assessore comunale alla cultura, senza che gli sia subentrato un successore, come a dire che non ce n’è (e quindi non ce n’era) bisogno, sono stati gli eventi che, prima della calata del sipario, ci hanno fatto capire che la commedia è finita.
Gli attori se ne vanno e il palcoscenico è vuoto.
Non levate le mense, non addobbate le sale da pranzo, non alzate i calici, che, se alzati, resterebbero vuoti, come vuoti resterebbero i piatti, se serviti, e come vuote sono le dispense. Anche i ravanelli dell’orto di Epicuro sono amari.
Immangiabili.
E sedani non ne nascevano più da tempo.
Quanto ai fagiani farciti o alle anatre arrosto o ai piccioni ripieni, sono ormai decenni che non se ne vedono più e, se ce ne sono ancora, possiamo ben immaginare in quali ricche dimore se ne abbuffano i soliti noti, che piangono miseria e ridono ricchezza.

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Commenti

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Caro professore aggiungerei che nonostante sono diventati immangiabili sedani e ravanelli, a fare la rivoluzione nel nostro paese, con il referendum, sono i soliti noti, che vogliono raddoppiare fagiani farciti, anatre arrosto e piccioni ripieni nei banchetti del compromesso storico di PD PDL e NCD. La desolazione sta nel fatto che gli italiani accetteranno votando per loro.
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O Prof. la crisi la vedi solo tu. Noi, altro che verdurine; fiorentine da due chili e caviale del Volga innaffiato da champagne Cristal del 2004. Siamo in tantissimi alla faccia della RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI tanto falsamente reclamizzata. E non mi invidiate perchè mi avete votato e seguiterete a farlo.
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Caro Prof, che dire, anche questa volta è riuscito con la tastiera del suo computer a dipingere la realtà teramana meglio di qualunque pittore e a fotografare la situazione provinciale e regionale come nessun fotografo professionista avrebbe potuto. Ma Le chiedo uno sforzo, basta diagnosi, Le chiedo, ammesso che ci sia, la terapia e se ci sono soggetti politici in grado di somministrarla. Perché vede Prof., concordo con Lei su tutto, ma ciò che più mi rattrista è il fatto di non vedere soluzioni prossime. Vedo un panorama politico desolante, uomini e donne di basso cabotaggio che dopo aver spolpato il popolo, sono pronti a spezzarne anche le ossa per succhiarne il midollo. E noi popolo bue che continuiamo a credere alle loro promesse. Che brutta fine ci aspetta.